La norma definitiva dell’Office of the Comptroller of the Currency (OCC) sul GENIUS Act mantiene aperto il confronto sulle ricompense in stablecoin offerte da soggetti diversi dagli emittenti. L’autorità ha eliminato dalla versione finale una presunzione prevista nella proposta iniziale, secondo cui alcuni accordi commerciali tra emittenti e terze parti avrebbero potuto essere considerati illegali. La modifica non elimina il divieto per gli emittenti di pagare direttamente interessi, ma rende meno netta la linea relativa ai programmi gestiti da piattaforme esterne.
Il nodo riguarda le stablecoin di pagamento, token concepiti per trasferire valore e la cui disciplina, nel quadro descritto, riguarda anche riserve, rimborsi e gestione del rischio. Il GENIUS Act vieta agli emittenti di corrispondere direttamente interessi ai detentori. Resta però controverso se una piattaforma terza possa riconoscere ricompense a chi conserva stablecoin presso di essa senza aggirare, nella sostanza, quel divieto.
La proposta iniziale dell’OCC includeva sia il divieto di pagamenti diretti di interessi da parte degli emittenti sia una presunzione relativa a determinati rapporti commerciali con terze parti. Nella norma finale quest’ultima presunzione è stata rimossa. Un funzionario di regolamentazione ha indicato che le situazioni saranno valutate caso per caso: la soluzione lascia quindi spazio a un esame della struttura concreta degli accordi, anziché stabilire in anticipo che essi siano illegittimi.
Per l’American Bankers Association, questa impostazione rischia di indebolire la distinzione fissata dal Congresso tra stablecoin di pagamento e depositi bancari tradizionali. Il suo amministratore delegato, Rob Nichols, ha sostenuto che la norma conserva la possibilità per le piattaforme crypto di offrire rendimenti e che le lacune interpretative possono incidere sui fondi impiegati dalle banche per concedere credito nell’economia statunitense. Nichols ha accolto favorevolmente il riconoscimento dell’OCC secondo cui l’esperienza di vigilanza potrebbe orientare interventi futuri, ma ha criticato un approccio che intervenga soltanto dopo eventuali fughe di depositi e danni economici.
Questa è una valutazione del settore bancario, non una conseguenza già dimostrata della norma. Il punto sollevato è tuttavia chiaro: per un utente, la possibilità di ottenere una ricompensa su stablecoin detenute presso una piattaforma può incidere sulla comparazione economica con altre forme di liquidità. Proprio per questo il dibattito non riguarda soltanto il lessico regolamentare, ma la distribuzione dei confini competitivi tra banche e operatori digitali.
La Blockchain Association legge invece la rimozione della presunzione come un allineamento più fedele al testo della legge. Lindsay Fraser, responsabile delle politiche dell’associazione, ha affermato che l’OCC ha tradotto il quadro stabilito dal Congresso in standard pratici su riserve, rimborsi e gestione del rischio. Secondo Fraser, una maggiore chiarezza può sostenere innovazione, concorrenza e attività di pagamento basate sul dollaro negli Stati Uniti, mantenendo una vigilanza federale sugli emittenti.
Le due posizioni divergono sul significato della flessibilità lasciata agli accordi con terze parti. Per le banche, essa può trasformarsi in una via per riprodurre economicamente una remunerazione che la legge vieta agli emittenti. Per l’industria blockchain, una presunzione troppo ampia avrebbe potuto estendere il divieto oltre il testo approvato dal Congresso. La regola finale non risolve questa divergenza: sposta l’attenzione sul modo in cui l’OCC applicherà il proprio giudizio ai singoli casi.
TD Cowen ha giudicato la norma definitiva sfavorevole per le banche proprio perché l’esame individuale lascia incertezza sulle condotte consentite e su quelle vietate. Il Washington Research Group della banca d’investimento, guidato da Jaret Seiberg, ha osservato che l’incertezza potrebbe persistere fino a eventuali pronunciamenti dei tribunali. Il gruppo ha inoltre richiamato la possibilità che future nomine alla guida dell’OCC portino a interpretazioni diverse di ciò che costituisce un’elusione del divieto.
La questione era già emersa anche durante i negoziati sul Clarity Act, il più ampio disegno di legge sulle criptovalute che non ha proseguito il suo iter al Senato. Ciò mostra come la disciplina delle stablecoin non si esaurisca nell’identificazione dell’emittente o nella definizione delle riserve: conta anche il modo in cui token, piattaforme e incentivi economici vengono collegati fra loro.
La norma dell’OCC definisce quindi un passaggio rilevante ma non conclusivo. Il divieto di interessi diretti per gli emittenti resta, mentre la rimozione della presunzione sugli accordi con terze parti lascia aperto uno spazio interpretativo. La tenuta di quel confine dipenderà dalle valutazioni dell’autorità nei casi concreti e, secondo TD Cowen, anche dagli eventuali chiarimenti giudiziari. Per banche e piattaforme crypto, la partita sulle ricompense in stablecoin resta dunque una questione regolamentare e competitiva ancora irrisolta.