Nel Regno Unito le restrizioni bancarie sui trasferimenti destinati alle criptovalute sono diventate un tema politico e di mercato. Tra maggio e agosto 2026, Stand With Crypto ha raccolto 10.092 reclami di consumatori che segnalavano ostacoli nell’acquisto di criptoasset o nell’invio di denaro a piattaforme del settore. Il dato non descrive l’intera esperienza della clientela bancaria britannica, ma evidenzia una frizione tra l’obiettivo di costruire un quadro favorevole alle imprese crypto e l’accesso ai canali bancari utilizzati per finanziare i conti sulle piattaforme.
La raccolta si è svolta in 90 giorni attraverso uno strumento online promosso dal gruppo di advocacy. Stand With Crypto afferma che circa 9.800 persone lo hanno utilizzato e che le segnalazioni hanno riguardato tutte le 650 circoscrizioni parlamentari britanniche. Si tratta però di adesioni volontarie a una campagna, non di un campione statistico dei correntisti. I risultati non sono corretti in base alle quote di mercato delle banche nei conti correnti: un numero assoluto più elevato di reclami non dimostra quindi, da solo, un tasso di disservizio superiore per un determinato istituto.
Lloyds Banking Group è associato al maggior numero di segnalazioni, 2.297, circa il 23% del totale raccolto. Seguono Barclays, con 1.569 reclami, e NatWest Group, con 1.278. Lloyds comprende anche Halifax e Bank of Scotland. Questa graduatoria va letta con cautela. Nell’esame dei siti bancari condotto da Stand With Crypto al 28 agosto non risultava pubblicata da Lloyds una politica che limitasse esplicitamente i trasferimenti collegati alle criptovalute. La distanza fra le regole rese pubbliche e l’operatività segnalata dagli utenti è dunque uno dei punti sollevati dalla campagna, non la prova che tutti gli istituti adottino la stessa politica.
Le misure pubblicate non sono uniformi. Barclays indica un limite di 2.500 sterline per singola operazione e un tetto di 10.000 sterline nell’arco di 30 giorni per i trasferimenti in criptovalute. NatWest e Santander pubblicano soglie per operazione e su base mensile. Starling Bank, TSB e Chase UK figurano invece fra gli istituti indicati come soggetti che vietano tali trasferimenti. Un limite non equivale a un divieto assoluto, ma può rendere impossibile effettuare una movimentazione oltre una certa soglia o richiederne la ripartizione nel tempo.
Il tema coinvolge anche gli exchange registrati presso la Financial Conduct Authority, l’autorità di condotta finanziaria britannica. Katie Harries, responsabile delle politiche europee di Coinbase, ha sostenuto che i bonifici bancari siano essenziali per i clienti che alimentano i conti sulla piattaforma e che Coinbase incontri le stesse restrizioni generalizzate del resto del comparto, nonostante la registrazione presso la FCA. La registrazione non elimina automaticamente i controlli condotti dalla banca e non crea un diritto incondizionato all’esecuzione di ogni trasferimento. Rende però più visibile la tensione tra l’accesso a operatori inseriti nel perimetro previsto dall’autorità e politiche bancarie applicate al settore crypto nel suo complesso.
Harries ha richiamato una ricerca dello UK Cryptoasset Business Council secondo cui, nei dodici mesi precedenti, le banche avrebbero bloccato o ritardato il 40% dei trasferimenti tentati verso exchange registrati presso la FCA. Si tratta di un indicatore attribuito al Consiglio, non di una statistica ufficiale della FCA. La dirigente ha inoltre riferito che la maggior parte degli exchange avrebbe segnalato maggiori ostacoli per i clienti e che il 70% avrebbe definito le condizioni bancarie più ostili rispetto a un anno prima.
Le banche hanno ragioni legittime per verificare i trasferimenti connessi ai criptoasset, alla luce dei rischi di frode, truffe e riciclaggio di denaro. La questione posta da Stand With Crypto non riguarda quindi l’esistenza dei controlli, ma il confine tra verifiche proporzionate al singolo cliente e alla singola operazione e restrizioni applicate preventivamente a un’intera categoria di attività. L’organizzazione sostiene che divieti generalizzati, limiti rigidi e politiche poco chiare possano ostacolare anche l’accesso a exchange registrati.
La composizione dei reclami raccolti aggiunge un elemento al dibattito. Le banche con limiti pubblicati rappresentano il 61% delle segnalazioni; gli istituti senza restrizioni pubblicate ne concentrano il 28%; quelli associati a divieti assoluti risultano poco sotto il 10%. Queste percentuali non consentono di costruire una graduatoria di trasparenza, rischio o qualità del servizio, perché dipendono dalla partecipazione volontaria e non tengono conto delle dimensioni relative delle banche. Mostrano tuttavia che la contestazione non riguarda solo i divieti totali: soglie, ritardi e comunicazioni difficili da interpretare possono incidere sulla prevedibilità del servizio per il cliente.
Il governo britannico e la FCA stanno elaborando un quadro normativo più ampio per i criptoasset. In questo contesto, la questione bancaria rimane distinta ma strettamente connessa alla regolamentazione delle piattaforme: definire regole per gli operatori non garantisce da solo la disponibilità dei canali di pagamento, mentre i controlli antifrode e antiriciclaggio restano parte delle responsabilità degli intermediari.
Stand With Crypto chiede alle banche di rendere chiare le restrizioni, spiegare i blocchi e offrire ai clienti possibilità concrete di contestare un trasferimento rifiutato. La richiesta non implica che ogni operazione debba essere autorizzata o che i criptoasset siano privi di rischi. Il punto è rendere comprensibile quando una decisione dipenda da limiti generali e quando da verifiche sul caso specifico. Per il mercato britannico, il confronto riguarda la possibilità di conciliare controlli mirati, accesso alle piattaforme e informazioni chiare per gli utenti.