Gli Stati Uniti stanno acquistando dall’estero più Bitcoin di quanti ne trasferiscano oltreconfine. È quanto emerge dall’ultimo studio di Chainalysis, che individua nel 2026 il primo ritorno a un saldo positivo dei flussi internazionali dal 2022. Il dato racconta un cambiamento nella geografia delle criptovalute: mentre i grandi investitori americani concentrano capitale su Bitcoin, in molti altri Paesi cresce l’utilizzo delle stablecoin legate al dollaro per pagamenti e trasferimenti. Due movimenti differenti che rafforzano, per strade diverse, il peso finanziario degli Stati Uniti.
La definizione di importatore netto può sorprendere. Bitcoin non attraversa dogane e non viene spedito fisicamente da una nazione all’altra. Chainalysis analizza le transazioni sulla blockchain e attribuisce geograficamente parte dell’attività attraverso proprie stime. Se il valore dei Bitcoin in entrata supera quello dei Bitcoin in uscita, il Paese registra un afflusso netto. Si tratta quindi di una misura dei movimenti digitali stimati, non di una statistica commerciale tradizionale, e i risultati vanno letti considerando i limiti nell’identificazione della provenienza dei portafogli.
A determinare il cambiamento sono soprattutto le operazioni più consistenti. Nel periodo annuale concluso all’inizio di luglio 2026, i trasferimenti superiori a dieci milioni di dollari hanno prodotto un saldo in entrata di 53.200 Bitcoin. Al contrario, quelli inferiori a diecimila dollari hanno continuato a mostrare uscite nette. La contrapposizione suggerisce comportamenti diversi: da un lato operatori di grandi dimensioni che aumentano la propria esposizione, dall’altro flussi minori diretti fuori dal mercato americano. Non significa, però, che ogni piccolo trasferimento corrisponda a una vendita di un risparmiatore.
Un ruolo importante è attribuito agli ETF spot su Bitcoin, negoziati negli Stati Uniti dal gennaio 2024. Questi strumenti consentono di esporsi alla criptovaluta attraverso prodotti quotati, senza gestire direttamente chiavi private e portafogli digitali. L’ingresso di intermediari professionali ha ampliato i canali di investimento e contribuito a rendere più stabile la presenza americana sul mercato, pur senza eliminare la volatilità. Chainalysis osserva infatti che la quota statunitense dell’attività mondiale legata a Bitcoin è cresciuta costantemente nei periodi analizzati dopo l’arrivo degli ETF.
Il rafforzamento avviene in un contesto tutt’altro che euforico. L’attività complessiva delle criptovalute negli Stati Uniti è scesa del 2,2%, fino a circa 2.780 miliardi di dollari, mentre l’intero mercato nordamericano ha raggiunto 3.020 miliardi. Il rallentamento non ha cancellato i progressi dell’anno precedente, quando il settore americano aveva quasi raddoppiato le proprie dimensioni. La crescita dell’interesse istituzionale, insomma, può convivere con una fase negativa dei prezzi e con volumi aggregati meno dinamici.
Accanto ai Bitcoin che arrivano negli Stati Uniti si muovono, nella direzione opposta, i dollari digitali. Le stablecoin come USDT e USDC permettono a imprese e cittadini di trasferire valore denominato in dollari anche senza possedere un conto bancario americano. Sono particolarmente utili nei mercati dove ottenere valuta statunitense è difficile oppure i pagamenti internazionali risultano lenti e costosi. La diffusione di questi strumenti alimenta anche la domanda delle attività finanziarie utilizzate dagli emittenti per costituire le riserve, spesso titoli del Tesoro statunitense a breve scadenza.
La ricerca segnala che il dollaro domina quasi completamente gli scambi di stablecoin nei registri degli ordini, con una quota del 99,1%. Alle stablecoin denominate in euro spetta appena lo 0,45%, nonostante le regole europee abbiano creato un quadro specifico per gli emittenti. È un divario che misura quanto l’adozione effettiva possa procedere più lentamente della regolamentazione. Sullo sfondo emerge una distinzione destinata a influenzare la finanza digitale: gli Stati Uniti attirano Bitcoin come possibile riserva di valore, mentre esportano strumenti che rafforzano la centralità internazionale del dollaro. Una tendenza importante, ma non irreversibile, perché investimenti, rischi e preferenze degli utenti possono cambiare anche nel tempo.