BitMine ha destinato allo staking altri 159.728 ETH, per un valore indicato di circa 390,6 milioni di dollari. L’operazione porterebbe a 5,23 milioni di ETH il totale impegnato nella validazione di Ethereum, pari all’86,5% delle disponibilità della società. Per una tesoreria esposta a un singolo asset digitale, la scelta aumenta la quota potenzialmente produttiva di ricompense ma riduce anche la parte immediatamente disponibile del patrimonio.
I dati riportati attribuiscono a BitMine, presieduta da Tom Lee, circa 6,04 milioni di ETH in portafoglio, equivalenti a una quota prossima al 4,9% dell’offerta totale di Ethereum. La consistenza in staking risulterebbe così salita da circa l’84% al 86,5% delle disponibilità. Il confronto riguarda rilevazioni diverse e descrive una direzione della strategia: una porzione crescente degli ETH detenuti viene vincolata al funzionamento della rete invece di restare libera.
Nella rete Ethereum, lo staking consiste nell’impegnare ETH per contribuire alla validazione delle transazioni. In cambio, il meccanismo può generare ricompense. Non si tratta tuttavia di un rendimento fisso: il ritorno dipende dalle condizioni della rete e dalla quantità complessiva di ETH che partecipa allo staking. Per questo la scelta di aumentare gli asset vincolati non equivale a una garanzia di ricavi stabili in dollari, anche perché il controvalore delle ricompense varia insieme al prezzo di Ethereum.
BitMine utilizza MAVAN, acronimo di Made in America Validator Network, come piattaforma interna di staking. Secondo quanto riportato da Crypto Briefing, l’infrastruttura è stata estesa anche a investitori istituzionali, custodi e altri soggetti dell’ecosistema. L’operazione non riguarda quindi soltanto la gestione della tesoreria: nelle informazioni disponibili, MAVAN è presentata anche come un’infrastruttura di staking rivolta a partecipanti esterni.
La società ha stimato ricavi annualizzati per circa 309 milioni di dollari sugli ETH già in staking. La stima salirebbe a 369 milioni di dollari se l’intero patrimonio fosse destinato allo staking, sulla base di un rendimento annualizzato del 2,58%. Sono proiezioni aziendali e non risultati conseguiti né rendimenti garantiti. Il termine annualizzato indica inoltre una proiezione su dodici mesi di condizioni osservate in un determinato momento, condizioni che possono cambiare.
L’aumento della posizione arriva mentre cresce la partecipazione allo staking di Ethereum. I dati citati nei resoconti di settore indicavano 43,8 milioni di ETH in staking, pari al 36% dell’offerta complessiva, e 1,16 milioni di ETH in attesa di ingresso. Nello stesso quadro, il rendimento dello staking era indicato intorno al 2,6%. La presenza di una quota più elevata di ETH vincolati può dunque aumentare il volume delle ricompense ottenute da un grande detentore, senza eliminare la pressione derivante da rendimenti in diminuzione.
Resta centrale il tema della liquidità. Gli ETH in staking sono soggetti alle code di ingresso e di uscita della rete. Ciò significa che il patrimonio vincolato non ha necessariamente la stessa disponibilità immediata degli ETH non messi in staking. La scelta tra una quota maggiore di ricompense potenziali e una maggiore flessibilità operativa è quindi parte integrante della strategia.
Il dossier richiama anche l’andamento del titolo BitMine, indicato in calo di quasi il 57% nell’arco di un anno nonostante l’accumulazione di ETH e l’espansione dello staking. Il dato non dimostra un rapporto causale, ma segnala che le ricompense della rete non cancellano l’esposizione al valore dell’asset detenuto. Secondo quanto riportato da The Block, BitMine acquista Ethereum ogni settimana dal lancio della propria strategia di tesoreria, fissato al 30 giugno 2025, con l’obiettivo dichiarato di arrivare al 5% dell’offerta totale. L’ultimo deposito rende più evidente il modello scelto: trasformare una parte molto ampia della riserva in capitale impegnato nella rete, accettando i limiti di liquidità e l’incertezza dei rendimenti che questa decisione comporta.