Per oltre un decennio la narrazione dell’“oro digitale” ha retto perché Bitcoin e oro tendevano a reagire, ciascuno a modo suo, agli stessi driver: sfiducia nelle valute, ricerca di riserve di valore, bisogno di copertura nei momenti di stress. Oggi, però, quel parallelismo mostra crepe. L’analista on-chain Willy Woo sostiene che si sia interrotto un trend dodicennale nel rapporto di valutazione tra BTC e metallo giallo, e attribuisce il disaccoppiamento a un fattore nuovo: il rischio che il quantum computing cambi la geografia dell’offerta.
L’idea è tanto lineare quanto inquietante. Esistono monete “legacy” delle origini, spesso legate a chiavi private perse o irreperibili. Secondo Woo parliamo di circa 4 milioni di BTC perduti. Se un giorno diventassero spendibili, verrebbe colpito il cuore della tesi della scarsità: non cambierebbe la supply massima del protocollo, ma cambierebbe la supply “effettivamente mobilitabile”, perché un pezzo del passato tornerebbe improvvisamente nel presente. Da qui la nozione di Q-Day, il momento in cui macchine quantistiche abbastanza potenti potrebbero indebolire le attuali protezioni crittografiche e rendere vulnerabili alcuni wallet.
Woo enfatizza un dettaglio pratico: anche se Bitcoin può essere aggiornato con firme resistenti al quantum, resta il dilemma dei wallet “dormienti”. Chi non ha più accesso alle chiavi non può migrare a nuovi indirizzi; dunque quelle monete, per definizione, non possono essere messe in sicurezza dal loro stesso proprietario. In questa cornice, la minaccia non è solo teorica ma narrativa e finanziaria: il mercato, dice Woo, sta iniziando a prezzare una sorta di “offerta ombra” che pesa sulla valutazione relativa di BTC, proprio mentre l’oro beneficia di un ritorno alla cautela. Il risultato è un freno psicologico che, nella sua lettura, spezza la comparazione storica tra oro e Bitcoin.
Non tutti, però, comprano questa impostazione. Un filone di ricerca richiamato da CoinShares contesta che l’allarme sia sovradimensionato: l’esposizione quantistica rilevante nel breve sarebbe limitata e, soprattutto, “rompere” una chiave pubblica in tempi utili richiederebbe sistemi quantistici tolleranti ai guasti con milioni di qubit, quindi molto oltre le capacità attuali. Anche Grayscale ha descritto il quantum come una possibile falsa pista per il 2026, sostenendo che difficilmente diventerà un fattore determinante delle valutazioni nel breve termine. In altre parole, il rischio esiste come tema di lungo periodo, ma non come detonatore imminente.
C’è poi una lettura macro più tradizionale. Storicamente Bitcoin si comporta spesso da asset risk-on: soffre quando la liquidità si restringe e gli investitori riducono l’esposizione al rischio. L’oro, al contrario, beneficia del suo ruolo di bene rifugio “istituzionale”, sostenuto anche dagli acquisti delle banche centrali. In questa chiave, il rapporto BTC-oro sceso verso 16-17 once mentre l’oro supera i 5.000 dollari l’oncia potrebbe essere una rotazione di portafoglio legata ai cicli della liquidità, più che un referendum sul quantum.
La conclusione è meno binaria di quanto sembri. Il mercato non ha bisogno di credere che il Q-Day sia domani per attribuire uno sconto alla narrativa della scarsità. Ma, finché il ciclo della liquidità premia il rifugio classico, l’“oro digitale” deve dimostrare di saper reggere la prova del tempo e della tecnologia. In gioco non c’è solo un prezzo: c’è la credibilità di una promessa.