Tether è di nuovo al centro della scena globale. Da una parte continua a comprare oro come farebbe una banca centrale, accumulando riserve fisiche che la trasformano di fatto nella più grande entità privata presente sul mercato del metallo giallo. Dall’altra riceve una sonora bocciatura da Standard & Poor’s, che giudica la capacità della stablecoin USD₮ di mantenere l’ancoraggio al dollaro più debole rispetto al passato. Un contrasto netto tra potenza di fuoco finanziaria e fragilità percepita, che ha portato l’amministratore delegato Paolo Ardoino a replicare in modo durissimo, accusando l’agenzia di rating di diffondere paura e incertezza. Il risultato è un dibattito che supera la sfera crypto e arriva a toccare la stabilità del sistema finanziario internazionale.
Per comprendere cosa sta accadendo bisogna partire dal dato più eclatante. Tether è diventata una “gold whale” a tutti gli effetti, con 116 tonnellate di oro dichiarate alla fine di settembre. Una quantità paragonabile alle riserve ufficiali di Italia minori ma simile a quelle di Paesi avanzati come Corea del Sud, Ungheria o Grecia. La particolarità non sta tanto nel totale accumulato, quanto nella velocità degli acquisti: nel solo ultimo trimestre la società ha rappresentato quasi il 2% della domanda mondiale di oro e addirittura il 12% degli acquisti delle banche centrali. In un mercato dove i movimenti istituzionali sono osservati con enorme attenzione, un operatore privato che si muove con questa rapidità è inevitabilmente in grado di influenzare i prezzi. Ed è infatti quello che è successo nelle settimane in cui l’oro ha aggiornato record storici.
L’oro per Tether non è un investimento speculativo. Ha una funzione di riserva per USD₮, anche se in misura minoritaria rispetto ai Treasury statunitensi, e rappresenta la garanzia diretta della stablecoin XAUt, costruita per replicare il valore di un’oncia troy fisica. Ogni XAUt equivale a circa 31 grammi d’oro reale custoditi nei caveau della società. È dunque comprensibile che Tether alimenti le proprie riserve per sostenere i token emessi e per consolidare l’immagine di un emittente solido. Tuttavia resta aperta una domanda centrale: con l’approvazione del Genius Act, la nuova normativa americana sulle criptovalute promossa dall’amministrazione Trump, l’oro non può più essere usato come garanzia per la stablecoin di nuova generazione USAT, che Tether intende lanciare entro la fine dell’anno. Se non serve a USAT, quale sarà allora il destino di queste riserve auree? Una possibilità, solo ipotizzata dal Financial Times, è che Tether voglia spingere sul mercato dell’oro tokenizzato, un settore in espansione che converte lingotti fisici in asset digitali scambiabili in blockchain, eliminando i problemi logistici della custodia tradizionale.
Mentre il mercato discute del ruolo di Tether come forza trainante del rally del metallo prezioso, Standard & Poor’s ha pubblicato un giudizio che ha fatto scalpore. L’agenzia ha abbassato da 4 (limitata) a 5 (debole) la capacità di USD₮ di mantenere il peg con il dollaro. Nel linguaggio di S&P, questo significa che l’ancoraggio della stablecoin è oggi ritenuto più fragile. Le motivazioni ruotano attorno all’aumento degli asset ad alto rischio presenti nelle riserve. In particolare la quota di bitcoin, che rappresenta circa il 5,6% del totale, è vista come un potenziale punto di vulnerabilità. Se il valore del bitcoin dovesse precipitare insieme a quello di altri asset rischiosi, si materializzerebbe il problema che spaventa tutte le autorità di vigilanza: la sottocollateralizzazione, ovvero la possibilità che non esista più un dollaro reale di riserva per ogni token emesso.
Standard & Poor’s riconosce che gran parte delle riserve di Tether è composta da attività liquide e sicure come i titoli di Stato USA, ma solleva dubbi sulla trasparenza riguardo ai custodi, alle controparti e ai fornitori bancari utilizzati. L’agenzia segnala inoltre l’assenza di un quadro regolatorio robusto, la mancanza di segregazione degli asset in caso di insolvenza, e alcune limitazioni nei meccanismi di riscatto diretto per gli utenti. È una valutazione complessiva che, più ancora della fotografia contabile, riflette l’incertezza normativa in cui operano molte stablecoin a livello globale.
La risposta di Paolo Ardoino è stata immediata e molto dura. Secondo il CEO di Tether, il giudizio di S&P è un tipico caso di FUD: paura, incertezza e dubbio diffusi ad arte. Ardoino ha sottolineato che alla fine del terzo trimestre 2025 Tether dichiarava 7 miliardi di capitale proprio in eccesso, più 23 miliardi di utili non distribuiti, per un totale di 215 miliardi di attivi contro 184,5 miliardi di passività relative alle stablecoin. L’agenzia, sostiene, ignora completamente questa robusta base patrimoniale, così come i circa 500 milioni di dollari al mese generati dai rendimenti sui Treasury. Una quantità che da sola rende Tether una macchina di liquidità unica nel settore crypto.
Ardoino ha rilanciato affermando che Tether “indossa il disprezzo con orgoglio”, spiegando che il suo progetto nasce proprio per contrastare un sistema finanziario tradizionale che considera inefficiente e autoreferenziale. Il conflitto tra l’approccio ultra-pragmatico di Tether e la rigidità delle valutazioni regolatorie appare quindi destinato a intensificarsi, soprattutto in un momento in cui la società mira a espandersi oltre USD₮, XAUt e le altre iniziative già avviate.
Su questo scenario acceso interviene la Banca centrale europea, che nella Financial Stability Review di novembre 2025 ribadisce un rischio ben noto agli economisti: le stablecoin possono essere soggette alla versione digitale della corsa agli sportelli. Se gli investitori iniziassero a dubitare della possibilità di riscattare ogni token al suo valore nominale, la vendita simultanea genererebbe un de-pegging e innescherebbe un effetto domino. Considerato che oggi le stablecoin valgono circa 280 miliardi di euro, pari all’8% del mercato crypto, una crisi improvvisa potrebbe avere ripercussioni anche sul sistema finanziario tradizionale, soprattutto sui Treasury USA, che rappresentano il cuore delle riserve degli emittenti.
Il caso Tether è dunque il punto in cui si incrociano tre tensioni: l’espansione di un soggetto privato che accumula oro come una banca centrale; la valutazione prudenziale delle agenzie di rating; e la crescente attenzione delle autorità come la BCE, consapevoli che la finanza digitale si sta avvicinando per dimensioni a segmenti cruciali dei mercati globali. Tether resta oggi un colosso capace di influenzare i flussi del metallo giallo e di incidere sulla percezione di stabilità dell’intero settore crypto. Resta da capire se l’oro raccolto nei caveau sarà la base di una nuova fase della tokenizzazione o solo un segnale della potenza economica accumulata. Quel che è certo è che la battaglia sulla credibilità delle stablecoin sta entrando in una fase decisiva, e Tether ne è ancora una volta il protagonista assoluto.