Oggi l’economia digitale consente anche al mondo del non profit di agire in modo nuovo, senza snaturare la sua identità e senza piegare l’azione sociale a logiche speculative.
Nft e Terzo Settore
Tra gli strumenti emersi negli ultimi anni spiccano gli NFT (Non Fungible Token), certificati digitali che identificano in modo univoco un bene di qualsiasi tipo, materiale o immateriale, legati alla blockchain, il registro digitale condiviso che traccia le transazioni in modo inalterabile.
Da anni utilizzati per scopi filantropici e raccolte fondi di vario tipo, tra cui il crowdfunding, ed anche nel mondo dell’arte, della musica ed in tutti quei settori coinvolti dal diritto d’autore, tali certificati possono oggi contribuire a ridefinire il rapporto tra patrimonio e missione nel Terzo Settore, rappresentando un mezzo innovativo per valorizzare i patrimoni immobiliari e culturali delle organizzazioni non profit e, al tempo stesso, mettere al centro i bisogni delle persone.
Si tratta di una vera e propria leva per rafforzare la sostenibilità economica delle realtà sociali.
Sostenibilità economica per gli enti religiosi
Per tenere in piedi attività di interesse generale, infatti, servono entrate stabili e programmabili, non solo bandi e trasferimenti pubblici che arrivano tardi o calano con i tagli alla spesa sociale e culturale. Questa esigenza è particolarmente sentita dagli enti religiosi, colpiti dalla contrazione dell’otto per mille e dalla diminuzione delle vocazioni, che riducono la presenza di religiosi e religiose impegnati nelle attività sociali e alla cura delle tante strutture di pregio che, senza risorse adeguate, rischiano di degradarsi.
La sostenibilità economica, per tali enti, richiede perciò una strategia di lungo periodo che diversifica le fonti, rafforza la raccolta fondi e costruisce alleanze con soggetti pubblici e privati profit, anch’essi intenti a sfruttare la tecnologia digitale per creare nuove opportunità di responsabilità sociale.
Il modello di licenza NFT
Su queste basi poggia l’innovativa proposta di alcune società (tra cui Blotix Fund LLC), di un modello fondato sulla conversione di immobili (case, terreni, immobili storici), attrezzature e impianti, mezzi, archivi, collezioni, format, marchi e piattaforme, in token digitali registrati su una blockchain. L’idea chiave è che l’ente non profit mantiene la piena disponibilità e la gestione del bene, mentre concede in licenza d’uso solo il certificato digitale ad una piattaforma specializzata che in cambio corrisponde una rendita passiva pari al 2,5 per cento annuo, calcolato sul valore di stima del bene, con pagamenti semestrali.
Il modello si fonda su un contratto di licenza ordinario, stipulato fuori dal web ai sensi degli artt. 1321 ss. c.c., che vieta frazionamenti e usi speculativi, fissa il canone, prevede tutele in caso di problemi tecnici e precisa che il certificato non trasferisce la proprietà né diritti reali minori (usufrutto, uso, abitazione, servitù, ecc.), non costituisce pegno o ipoteca e non limita in alcun modo la disponibilità del bene.
Ad esempio, il proprietario di una casa potrà continuare ad abitarla, usarla, gestirla o darla in locazione esattamente come prima.
Dall’altro lato ci sono la registrazione su blockchain e lo smart contract, concluso online, che automatizza pagamenti e verifiche, rendendo tracciabili le operazioni e semplificando i controlli.
Per un ETS o per un ente religioso questa può essere una soluzione di buon senso. Attraverso la licenza del certificato NFT, il valore del bene si traduce in una rendita liquida e programmabile, coerente con i principi e le finalità del Codice del Terzo Settore (CTS).
Non c’è rottura con la missione dell’ente, né è violato il principio di non lucratività. Si apre piuttosto un canale che alimenta servizi e programmazione e che rende la trasparenza un fatto misurabile, perché il flusso è tracciato sia nel registro digitale sia nel bilancio dell’ente stesso.
Gli effetti si capiscono meglio nella vita reale. Una fondazione, ad esempio, che possiede una sede del valore prudente di quattrocentomila euro, può ottenere circa diecimila euro l’anno continuando a utilizzare gli spazi secondo le proprie esigenze operative.
Un’associazione di promozione sociale con attrezzature per centoventimila euro può attivare circa tremila euro annui da destinare alle proprie attività e finalità istituzionali.
Aspetti operativi e sfide future
Occorre però fissare alcuni punti operativi. Lo statuto (o il regolamento dell’ente religioso) deve prevedere l’attività come diversa e mantenerla secondaria e strumentale ai sensi degli artt. 6 e 89, comma 5, CTS e del DM 107/2021.
In contabilità i proventi vanno trattati come canoni di licenza, con fatturazione, note integrative e destinazione esplicita alla missione. La controparte va scelta con due diligence, controlli antiriciclaggio e coperture assicurative adeguate.
La vera sfida adesso è culturale prima ancora che tecnologica. Bisogna imparare a riconoscere nel digitale non un fine, ma un mezzo utile a dare maggiore continuità e concretezza all’impegno sociale.
di Giuseppe Brandi
Fonte: Italia Oggi - Link