Le stablecoin stanno uscendo dal recinto delle nicchie crypto e si stanno trasformando in uno degli strumenti più osservati dal mondo della finanza d’impresa. A dirlo è Brad Garlinghouse, CEO di Ripple, che ha definito questa fase il possibile “momento ChatGPT” delle criptovalute, cioè il passaggio in cui una tecnologia smette di essere percepita come specialistica e diventa improvvisamente concreta, comprensibile e utile per le aziende. Il senso della sua affermazione è chiaro: le stablecoin non sono più viste soltanto come un mezzo per muovere liquidità nell’ecosistema digitale, ma come un’infrastruttura operativa che può entrare nelle strategie di tesoreria, nei pagamenti internazionali e nell’organizzazione finanziaria delle grandi imprese.
Secondo Garlinghouse, oggi consigli di amministrazione, amministratori delegati, CFO e tesorieri di gruppi Fortune 500 e Fortune 2000 stanno iniziando a porsi una domanda precisa: che cosa dobbiamo fare con le stablecoin. Questo dato è rilevante perché segnala un cambio di livello. Non si tratta più soltanto di sperimentazione tecnologica o di curiosità da parte dei team innovazione. La questione entra direttamente nella cabina di regia delle imprese, dove si prendono decisioni su liquidità, efficienza dei pagamenti, riduzione dei costi e gestione del rischio. In altre parole, le stablecoin stanno diventando un tema di strategia aziendale.
L’urgenza di questo passaggio si capisce anche dai numeri. Il mercato legato alle stablecoin ha raggiunto volumi enormi e continua a crescere a ritmi che pochi altri segmenti finanziari possono vantare. Nel 2025 i volumi delle transazioni hanno toccato quota 33.000 miliardi di dollari, con una crescita del 72%, segnale di una domanda ormai strutturale. A guidare questa corsa sono soprattutto USDC e USDT, che insieme rappresentano la parte dominante del traffico complessivo. Ma il dato più importante non è soltanto la dimensione attuale. È la proiezione futura. L’idea che i pagamenti in stablecoin possano raggiungere 56.600 miliardi di dollari entro il 2030 mostra che il settore viene ormai letto come una componente potenzialmente centrale della finanza digitale globale.
In questo scenario, Ripple vuole ritagliarsi un ruolo da protagonista. Garlinghouse ha rivelato che l’azienda dispone di un patrimonio molto ampio, con tra i 60 e i 70 miliardi di dollari in criptovalute e circa 4 miliardi di dollari in contanti. È una forza finanziaria che consente al gruppo di muoversi con aggressività industriale e di sostenere una strategia di espansione su più fronti. La stablecoin proprietaria RLUSD, lanciata alla fine del 2024, ha già raggiunto una capitalizzazione di circa 1,4 miliardi di dollari, entrando tra le principali stablecoin a livello globale. Per Ripple non è soltanto un nuovo prodotto. È un tassello di un progetto più ampio, che punta a legare pagamenti, liquidità, servizi istituzionali e gestione della tesoreria in un ecosistema integrato.
Anche le acquisizioni vanno lette in questa chiave. Nel 2025 Ripple ha investito 2,45 miliardi di dollari comprando società strategiche in settori chiave come il prime brokerage, i pagamenti in stablecoin e la tesoreria aziendale. Sono mosse che indicano una visione precisa: presidiare tutta la filiera dei servizi che possono rendere le stablecoin realmente utili alle grandi imprese. Non basta emettere un token stabile. Occorre costruire attorno a esso infrastrutture, software, canali di regolamento e strumenti di governance in grado di convincere il mercato istituzionale.
Resta però aperta una questione decisiva, quella della regolazione. Garlinghouse ritiene che la legislazione possa essere il vero acceleratore della prossima fase. Dopo il GENIUS Act, che avrebbe dato ai direttori finanziari maggiore fiducia nel valutare seriamente le stablecoin, l’attenzione si concentra ora sul CLARITY Act, destinato a chiarire quali asset digitali siano titoli e quali materie prime. È proprio la certezza normativa, più ancora dell’entusiasmo tecnologico, a poter sbloccare l’adozione su larga scala. Le aziende possono accettare il rischio di mercato, ma difficilmente accettano l’ambiguità giuridica.
Il punto, dunque, non è se le stablecoin siano una moda passeggera, ma se diventeranno la forma più efficiente con cui le imprese sposteranno valore nell’economia digitale. Garlinghouse scommette di sì. E se davvero il loro “momento ChatGPT” è arrivato, allora il settore crypto sta entrando in una fase nuova, meno ideologica e molto più industriale.