Se fino a ieri le stablecoin erano soprattutto un fenomeno da trading e infrastruttura “di contorno”, oggi il punto interessante è che stanno entrando nella zona più delicata di tutta la filiera dei pagamenti, cioè il regolamento. Non è il momento in cui il consumatore “paga” al negozio, ma quello in cui gli intermediari chiudono i conti tra loro, spostano liquidità, compensano obblighi, liberano capitale. È qui che si misura la sostanza di una tecnologia, perché il regolamento è una questione di fiducia, tempi, rischio operativo e costo del denaro.
In questo contesto, la mossa di Visa di portare il regolamento in stablecoin su più reti blockchain non è un esercizio di stile: è una scelta industriale sul “tessuto connettivo” dei pagamenti globali. La novità, per come viene descritta e per l’ampiezza del perimetro operativo, è l’approccio multi-chain: instradare flussi su quattro reti principali, Ethereum, Solana, Stellar e Avalanche, dentro un’architettura pensata per scegliere, di volta in volta, il miglior compromesso tra sicurezza, finalità, velocità e costi di esecuzione. In altri termini, non una blockchain “unica e definitiva”, ma una logica da routing: la rete come percorso, non come destino.
Il dato che fotografa l’avanzamento è il volume di regolamento in stablecoin che, a metà gennaio 2026, risulta attestato su un ritmo annualizzato di circa 4,5 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai circa 3,5 miliardi indicati a fine novembre 2025. È un numero che, preso da solo, può sembrare piccolo se confrontato con la scala complessiva di Visa, che lavora su volumi di pagamenti totali enormemente più alti. Ma il confronto corretto non è “stablecoin contro pagamenti al dettaglio”: è “stablecoin contro i binari tradizionali del regolamento”, perché qui si parla di un livello infrastrutturale che può comprimere tempi morti, liberare liquidità e ridurre frizioni operative.
Per capire il senso, vale ricordare come funziona l’oggi: il regolamento tradizionale tra soggetti regolati si muove dentro finestre e calendari, con vincoli operativi che risentono di orari, festivi, sistemi legacy, e della necessità di coordinare molte controparti. Il regolamento in stablecoin promette continuità operativa, in particolare grazie alla disponibilità sette giorni su sette, senza cambiare l’esperienza del consumatore alla cassa. Questo è il punto chiave: la blockchain non viene proposta come “nuovo pagamento al negozio”, ma come modernizzazione del back-end che sostiene il pagamento.
Il primo caso d’uso concreto negli Stati Uniti, per come è stato presentato, passa da un regolamento in USDC con partecipanti bancari iniziali come Cross River Bank e Lead Bank, con una dinamica che lascia intendere un’estensione progressiva nel corso del 2026. Qui emerge un aspetto spesso sottovalutato: le stablecoin non “saltano” le istituzioni; piuttosto offrono alle istituzioni un nuovo modo di fare tesoreria e regolamento, se e quando il quadro di compliance e di risk management è coerente con i loro standard.
Sul piano strategico, l’approccio multi-chain riduce anche un rischio sistemico tipico delle infrastrutture uniche: la dipendenza da un solo circuito tecnico. Se una rete rallenta, si congestiona o diventa inefficiente per un determinato profilo di transazione, un sistema che sa “instradare” può cercare alternative. È una logica da resilienza, non soltanto da performance. E spiega perché, in una fase in cui nessuna blockchain può essere universalmente perfetta per ogni caso d’uso, l’orientamento più realistico sia quello della pluralità.
C’è poi un punto ancora più interessante, perché sposta l’attenzione dal presente al prossimo livello: la collaborazione rafforzata con Circle, inclusa la partecipazione come design partner per una nuova rete Layer-1 chiamata Arc, attualmente in testnet pubblica, con l’intenzione di operare in futuro anche un nodo validatore e regolare direttamente su quella rete. Qui la traiettoria è chiara: non soltanto “usare” stablecoin, ma contribuire alla progettazione di un’infrastruttura che nasce già con requisiti enterprise, pensata per volumi, prevedibilità dei costi e integrazione con la piattaforma dell’emittente.
Arc, per come è stata presentata, si porta dietro un’adesione ampia di attori industriali e finanziari nella fase di test, con oltre cento partecipanti e la presenza, tra gli altri, di nomi come Amazon Web Services, BlackRock e Goldman Sachs. Non è una prova di “verità tecnologica”, ma è un segnale di interesse istituzionale: significa che il tema stablecoin sta diventando un capitolo di infrastruttura finanziaria, non più un esperimento periferico.
Nel frattempo Visa ha anche costruito una componente consulenziale, con una “advisory practice” dedicata alle stablecoin, rivolta a banche, fintech e merchant per strategia e implementazione. È un passaggio coerente: quando una tecnologia entra nella fase operativa, la domanda non è più “cos’è”, ma “come si integra senza rompere governance, controlli e rendicontazioni”. Lo stesso vale per la crescita dei programmi di emissione di carte collegate a stablecoin, ormai oltre un centinaio e distribuite su decine di Paesi. È un altro indizio della direzione: l’adozione oggi è trainata soprattutto dalle carte come ponte tra asset on-chain e spesa nel mondo reale, più che dall’accettazione diretta di stablecoin da parte dei merchant.
Ed è proprio qui che si vede il paradosso utile. Molti immaginavano che le stablecoin avrebbero “disintermediato” i circuiti tradizionali. In pratica, nel breve periodo stanno facendo il contrario: aumentano il valore dei grandi operatori che sanno collegare l’on-chain con l’off-chain, perché la spesa quotidiana continua ad avvenire nel mondo dei terminali, delle carte, delle regole antifrode, dei chargeback, delle dispute, della compliance. Le stablecoin possono rendere più efficiente il dietro le quinte, ma il fronte rimane complesso e regolato. Per questo l’adozione merchant “pura” resta limitata, mentre cresce la domanda di prodotti ibridi che offrono familiarità al consumatore e modernizzazione all’infrastruttura.
In prospettiva, la vera partita è tutta nel rapporto tra regolamento in tempo quasi reale, gestione della liquidità e competizione tra sistemi monetari digitali. Se sempre più istituzioni, anche bancarie, iniziano a valutare stablecoin proprie o ad appoggiarsi a stablecoin regolamentate, il regolamento può diventare più modulare e continuo. Ma questa evoluzione non è neutra: porta con sé questioni di standard, di responsabilità, di controlli e di interoperabilità tra soggetti e giurisdizioni. Il fatto che un player tradizionale stia costruendo binari multi-chain e servizi di consulenza dedicati suggerisce che il mercato si stia preparando a una fase in cui le stablecoin non saranno soltanto un “asset”, ma un ingrediente strutturale della tesoreria e del regolamento.
In sintesi, il dato dei miliardi annualizzati conta, ma conta di più la direzione: dalle prove pilota alla produzione, dalla curiosità all’operatività, dall’ideologia del “tutto decentralizzato” a una pragmatica ingegneria dei pagamenti dove l’obiettivo è ridurre attriti e aumentare resilienza. E, almeno per ora, la domanda più forte non arriva dal negoziante che vuole incassare crypto, ma dagli intermediari che vogliono regolare meglio, più spesso e con meno frizioni. È qui che le stablecoin smettono di essere narrazione e diventano infrastruttura.