PwC ha detto ad alta voce ciò che nel mondo finanziario e istituzionale molti pensavano da tempo ma pochi avevano il coraggio di dichiarare apertamente: crypto, stablecoin e tokenizzazione non sono più ignorabili. Non come fenomeno marginale, non come sperimentazione da laboratorio, ma come infrastruttura emergente del sistema finanziario globale. Quando una delle Big Four rompe la cautela storica e decide di entrare in modo strutturale nell’ecosistema, il segnale è chiaro. Non è una moda. È una transizione.
PwC per anni ha mantenuto una posizione prudente, quasi attendista, giustificando la distanza dal mondo crypto con l’assenza di chiarezza normativa, con i rischi reputazionali e con l’instabilità regolatoria, soprattutto negli Stati Uniti. Una posizione comprensibile, quasi fisiologica per una società che fonda il proprio valore su audit, compliance e governance. Oggi però il contesto è cambiato. E PwC lo riconosce apertamente.
Il punto di svolta è duplice. Da un lato il cambio regolamentare negli Stati Uniti, con un’attenzione crescente verso le stablecoin regolamentate e verso un quadro normativo più definito. Dall’altro lato, la pressione del mercato reale, quello dei capitali, delle imprese, degli intermediari e degli investitori istituzionali che già utilizzano o stanno integrando tecnologie di tokenizzazione nei propri modelli operativi.
Non è un caso che la dichiarazione più netta arrivi dalle parole di Paul Griggs, senior partner del gruppo, in un’intervista al Financial Times. Le sue parole non lasciano spazio a interpretazioni ambigue. Il riferimento al Genius Act e alle regole sulle stablecoin è diretto. La convinzione è che la tokenizzazione continuerà a evolversi e che PwC non possa più permettersi di restare fuori da questo ecosistema. Non per opportunismo, ma per necessità sistemica.
Qui emerge un passaggio cruciale. PwC non sta parlando di “fare consulenza crypto” in senso superficiale. Sta parlando di ripensare il perimetro della consulenza, dell’audit e della governance in un mondo in cui asset digitali, stablecoin e strumenti tokenizzati diventano parte integrante dei mercati regolamentati. È un cambio di paradigma che riguarda il cuore del sistema finanziario, non le sue periferie.
Il primo motore di questo cambiamento è chiaramente giuridico e regolamentare. Se gli Stati Uniti, storicamente prudenti e frammentati sul tema crypto, iniziano a fornire regole più chiare, il segnale per le grandi società di consulenza è inequivocabile. Restare fuori significherebbe perdere rilevanza. Significherebbe non essere presenti dove si stanno ridefinendo standard, prassi e modelli di controllo.
Il secondo motore è ancora più potente perché nasce dal basso, dal mercato. La tokenizzazione degli asset reali non è più un esperimento. È già in corso. Immobiliare, private equity, fondi, strumenti di debito, collateral digitali. Tutto questo sta entrando nei circuiti istituzionali con una velocità che sorprende anche gli osservatori più ottimisti. Il 2026 viene indicato come un anno chiave, con il completamento di importanti progetti pilota che coinvolgono infrastrutture di mercato di primo livello come Nasdaq e DTCC.
Quando questi attori muovono i propri ingranaggi, non lo fanno per curiosità tecnologica. Lo fanno perché vedono efficienza, riduzione dei costi, velocità di regolamento, tracciabilità e nuove forme di liquidità. In questo scenario, una società come PwC ha un ruolo naturale da giocare. Definire criteri, verificare processi, costruire fiducia.
Non va dimenticato che PwC non è sola. Anche EY e KPMG hanno già esplorato il mondo crypto negli anni passati, sostenendo progetti, sviluppando competenze, partecipando alla crescita istituzionale del settore. Tuttavia, la sensazione diffusa è che questa volta sia diverso. L’annuncio di PwC non suona come una sperimentazione. Suona come una presa di posizione strategica.
Questo cambio di tono è importante perché segnala una normalizzazione del settore crypto. Quando le Big Four iniziano a parlare di stablecoin e tokenizzazione come di una asset class e non come di un’anomalia, significa che il dibattito sta uscendo dalla fase ideologica per entrare in quella industriale e strutturale.
In questo contesto si inseriscono anche piattaforme come Kraken, che continuano a intercettare utenti retail e professionali offrendo accesso regolamentato ai mercati crypto. Le iniziative promozionali, come i bonus in Bitcoin legati a depositi iniziali, sono il riflesso di un ecosistema che sta cercando di ampliare la base utenti mentre l’infrastruttura istituzionale si consolida. È un doppio movimento. Dal basso e dall’alto.
Il messaggio che emerge è chiaro. Stablecoin, tokenizzazione e infrastrutture crypto non sono più una nicchia per pionieri. Sono diventate un tema di governance globale. Ignorarle oggi non è più una scelta prudente, ma un rischio strategico. PwC lo ha capito e ha deciso di dirlo apertamente. Le altre Big Four seguiranno, con tempi e modalità diverse, ma difficilmente potranno sottrarsi a questa traiettoria.
In definitiva, la posizione di PwC appare non solo comprensibile, ma inevitabile. Quando regolazione, mercato e tecnologia si allineano, il cambiamento diventa irreversibile. La tokenizzazione non è una promessa lontana. È una realtà in costruzione. E chi opera nei nodi centrali del sistema finanziario non può permettersi di restarne fuori.