JPMorgan torna al centro del dibattito crypto con una previsione che fa rumore. Secondo le più recenti analisi della banca d’affari statunitense, nel mondo crypto e Bitcoin potrebbero affluire oltre 130 miliardi di dollari su base annua, con il 2026 destinato a rappresentare un punto di svolta strutturale per l’intero settore. A firmare questa lettura è Nikolaos Panigirtzoglou, volto ben noto agli operatori, che per anni aveva mantenuto un approccio prudente, quando non apertamente critico, nei confronti degli asset digitali. Il cambio di tono è evidente e non può essere separato dal fatto che JPMorgan sia ormai coinvolta in modo diretto nel comparto, sia sul piano infrastrutturale sia attraverso prodotti finanziari collegati a Bitcoin.
Il dato chiave attorno a cui ruota l’analisi è la stima di 130 miliardi di dollari di afflussi riconducibili al 2025, una cifra che, secondo Panigirtzoglou, rappresenterebbe una base di partenza e non un picco. Il ragionamento è chiaro. Il 2025 viene descritto come un anno interlocutorio sul piano dei prezzi, con performance spesso deludenti rispetto alle aspettative più aggressive del mercato, ma al tempo stesso come un periodo di costruzione delle fondamenta. In altre parole, meno euforia e più consolidamento, un passaggio che storicamente ha spesso preceduto fasi di espansione molto più marcate.
Secondo l’analista di JPMorgan, una parte significativa di questi capitali è arrivata attraverso gli ETF su Bitcoin, che hanno agito come ponte tra finanza tradizionale e asset digitali, rendendo l’esposizione al settore più semplice e accettabile per un pubblico ampio. Un’altra quota rilevante, però, sarebbe transitata attraverso le cosiddette DAT, ovvero le società quotate che investono direttamente in Bitcoin e crypto, spesso utilizzando il proprio bilancio come strumento di allocazione strategica. È un fenomeno che ha inciso in modo rilevante sulla domanda, soprattutto in una fase in cui molti investitori preferiscono veicoli già inseriti nei mercati regolamentati.
Un aspetto interessante dell’analisi riguarda l’origine di questi afflussi. Panigirtzoglou sostiene che il contributo principale non sia arrivato dagli investitori istituzionali puri, ma piuttosto dal mondo retail, in controtendenza rispetto a quanto affermato da altre ricerche di mercato. Una posizione che si discosta, ad esempio, da alcune letture proposte da Bitwise, secondo cui l’ingresso degli istituzionali sarebbe già molto più avanzato. Per JPMorgan, invece, il grosso del capitale recente sarebbe stato mosso da investitori privati, attratti da strumenti che consentono un’esposizione indiretta e meno complessa rispetto all’acquisto diretto di token.
Nel quadro delineato emerge poi una domanda cruciale: dove sono i venture capital. Storicamente, i VC hanno avuto un ruolo centrale nello sviluppo dell’ecosistema crypto, finanziando infrastrutture, protocolli e applicazioni. Oggi, però, il loro peso appare ridimensionato. I volumi di investimento in dollari risultano contenuti e spesso concentrati proprio nelle DAT, talvolta tramite conferimenti effettuati direttamente in crypto anziché in valuta fiat. Questo spostamento segnala un cambiamento profondo nella struttura del mercato, dove la crescita non passa più soltanto dalla nascita di nuovi progetti, ma dall’integrazione degli asset digitali in veicoli finanziari già esistenti.
Guardando al 2026, la previsione di JPMorgan è netta. Gli afflussi complessivi dovrebbero superare quelli del 2025, andando oltre la soglia dei 130 miliardi di dollari. Non si tratterebbe semplicemente di un rimbalzo ciclico, ma di una fase di consacrazione del comparto crypto come asset class matura, capace di attirare capitali in modo continuativo. Il contesto, secondo Panigirtzoglou, resta favorevole grazie a un momentum che non è solo speculativo, ma poggia su infrastrutture più solide, maggiore chiarezza normativa in diverse giurisdizioni e una crescente accettazione da parte degli operatori tradizionali.
Resta però aperta la questione della credibilità di queste stime. Molto dipende da cosa viene incluso nel perimetro degli afflussi. Se si considerano esclusivamente Bitcoin, crypto ed ETF, la barra del 2025 non appare irraggiungibile. Anzi, potrebbe essere superata senza particolari difficoltà in presenza di condizioni macro favorevoli. Se invece si allarga lo sguardo al mondo delle RWA, ovvero degli asset del mondo reale tokenizzati, il quadro cambia radicalmente. In quel caso, i volumi potenziali diventano enormi, ma si tratta di capitali che, di fatto, affluiscono verso asset tradizionali che hanno semplicemente cambiato forma, non natura.
È proprio su questo punto che si gioca una parte importante del dibattito. La tokenizzazione amplia il perimetro del mercato crypto, ma rischia anche di confondere le statistiche, mescolando flussi destinati a Bitcoin e crypto native con quelli rivolti a strumenti finanziari già esistenti. La lettura di JPMorgan sembra consapevole di questa ambiguità, ma al tempo stesso suggerisce che, indipendentemente dalle definizioni, il capitale sta ormai riconoscendo alla blockchain un ruolo strutturale nei mercati finanziari.
In conclusione, le previsioni di Panigirtzoglou vanno lette non come una promessa di rialzi immediati, ma come l’indicazione di un cambio di fase. Dopo un 2025 di consolidamento e costruzione silenziosa, il 2026 potrebbe diventare l’anno in cui crypto e Bitcoin smettono definitivamente di essere percepiti come un’anomalia ciclica e assumono il ruolo di componente stabile dei portafogli globali. Sarà il tempo, come sempre, a dire se JPMorgan avrà visto giusto, ma il fatto che una banca di questo peso parli ormai di centinaia di miliardi come scenario plausibile è, di per sé, un segnale che il mercato non può più permettersi di ignorare.