Il recente crollo delle criptovalute ha riacceso un dibattito che da mesi attraversa il settore: la colpa è dei timori legati al quantum computing oppure esistono cause più strutturali? Per Matt Corallo, sviluppatore di Bitcoin Core, la risposta è chiara. Non sarebbe la minaccia dei computer quantistici a spingere al ribasso il prezzo di Bitcoin, ma una massiccia riallocazione di capitali verso l’intelligenza artificiale, oggi percepita come la nuova frontiera degli investimenti globali.
Intervenendo nel podcast Unchained condotto da Laura Shin, Corallo ha contestato con decisione l’idea che il mercato stia scontando un rischio quantistico imminente. A suo giudizio, se davvero gli investitori temessero un attacco futuro agli algoritmi crittografici, si osserverebbe un comportamento differente tra le principali criptovalute. In particolare, Ethereum, che ha mostrato maggiore attenzione pubblica allo sviluppo di soluzioni resistenti ai computer quantistici, dovrebbe sovraperformare Bitcoin. Invece, anche Ether ha registrato un calo significativo, scendendo di circa il 58% dall’inizio della discesa generale del mercato e attestandosi intorno ai 1.950 dollari.
Il cosiddetto test di Ethereum rappresenta il cuore dell’argomentazione di Corallo. La Ethereum Foundation ha inserito la sicurezza quantistica nella propria roadmap con un orizzonte temporale al 2026, e il cofondatore Vitalik Buterin ha più volte affrontato pubblicamente il tema. Se il timore quantistico fosse la causa principale delle vendite, il capitale si sposterebbe verso la blockchain ritenuta più pronta a reagire. Il fatto che entrambe le principali criptovalute siano scese parallelamente suggerirebbe, secondo Corallo, una dinamica macroeconomica più ampia.
Dal massimo storico di oltre 126 mila dollari raggiunto il 6 ottobre 2025, Bitcoin ha perso circa il 46%, scendendo intorno ai 67 mila dollari. Il Crypto Fear and Greed Index è crollato a quota 5 il 12 febbraio, un livello di paura estrema che non si vedeva dai mercati ribassisti del 2018 e del 2022. Tuttavia, per Corallo questi dati riflettono più una fase di transizione dei flussi finanziari che una fuga improvvisa per timori tecnologici.
Il vero fattore di pressione, a suo avviso, è la crescente attrazione esercitata dall’intelligenza artificiale come nuova classe di investimento. Lo sviluppo di infrastrutture IA richiede una intensità di capitale senza precedenti. Colossi come Amazon hanno annunciato piani di investimento fino a 200 miliardi di dollari destinati in larga parte a progetti legati all’IA. Secondo una stima di Bain & Company, entro la fine del decennio le infrastrutture per l’intelligenza artificiale potrebbero generare ricavi annuali per circa 2.000 miliardi di dollari. Numeri di questa portata indicano un assorbimento massiccio di risorse finanziarie, che inevitabilmente sottrae liquidità ad altri settori, comprese le criptovalute.
Il dibattito resta comunque aperto. Il venture capitalist Nic Carter ha lanciato un allarme sulla necessità per Bitcoin di predisporre con anticipo una migrazione verso sistemi crittografici resistenti al quantum, sostenendo che la rete necessiti di un margine di cinque-dieci anni per completare la transizione. Il confronto tra Carter e Corallo si è acceso anche sui social, segno di una comunità divisa sul grado di urgenza del problema.
Altri operatori di mercato invitano a non sottovalutare il rischio. Charles Edwards, fondatore di Capriole Investments, ritiene che il rischio quantistico debba essere incluso nella valutazione di Bitcoin finché non saranno implementati aggiornamenti adeguati, pur affermando che l’attuale livello dei prezzi lo sconti già in modo significativo. Anche Kevin O’Leary ha osservato che molte istituzioni limitano le allocazioni in Bitcoin intorno al 3% proprio in attesa di maggiore chiarezza sul fronte della sicurezza crittografica. Lo stratega Christopher Wood di Jefferies ha rimosso Bitcoin dal proprio portafoglio modello citando esplicitamente la questione quantistica.
Nel frattempo, alcuni gestori hanno iniziato a inserire il quantum computing tra i fattori di rischio nei prospetti informativi dei propri prodotti finanziari legati a Bitcoin, segnalando la possibilità che futuri progressi tecnologici possano minare la solidità degli algoritmi oggi utilizzati.
In questo scenario complesso, la tesi di Corallo invita a guardare oltre la narrativa immediata. Il mercato delle criptovalute si trova in una fase di ridefinizione dei flussi di capitale globali, con l’intelligenza artificiale che emerge come magnete per investimenti di scala gigantesca. Più che un attacco imminente dei computer quantistici, potrebbe essere la competizione tra nuove frontiere tecnologiche a spiegare la recente debolezza dei prezzi. Il confronto resta aperto, ma una cosa appare evidente: le criptovalute non si muovono più in un universo isolato, bensì all’interno di un ecosistema finanziario dove le priorità degli investitori cambiano rapidamente e seguono l’innovazione percepita come più dirompente.