L’Europa scopre che la battaglia delle stablecoin non riguarda soltanto le criptovalute, ma il controllo dei pagamenti digitali. Negli ultimi anni il mercato si è sviluppato quasi interamente intorno al dollaro, con token come USDT e USDC diventati strumenti centrali per scambi, liquidità, trasferimenti internazionali e operazioni nella finanza decentralizzata. L’euro, invece, è rimasto ai margini. È una sproporzione che oggi inizia a preoccupare i governi europei, perché dietro una stablecoin non c’è solo un asset digitale, ma un’infrastruttura monetaria capace di spostare valore, raccogliere dati, orientare mercati e condizionare i flussi finanziari.
Il ministro francese dell’Economia, Roland Lescure, ha rilanciato con forza la necessità di sviluppare più stablecoin ancorate all’euro, invitando le banche europee a esplorare depositi tokenizzati e strumenti basati su blockchain. Il messaggio è chiaro. Se l’Europa vuole restare protagonista nella finanza digitale, non può limitarsi a regolare ciò che altri costruiscono. Deve anche produrre infrastrutture proprie, credibili e utilizzabili su larga scala. In caso contrario, il rischio è quello di dipendere da reti, standard e strumenti controllati fuori dal perimetro europeo.
La questione è ancora più delicata perché le stablecoin stanno diventando un ponte tra finanza tradizionale e mondo crypto. Vengono usate per comprare criptovalute, trasferire fondi tra piattaforme, proteggersi dalla volatilità, gestire tesoreria aziendale e sperimentare nuovi modelli di pagamento. In teoria, una stablecoin in euro potrebbe favorire pagamenti più rapidi, ridurre costi operativi, semplificare transazioni transfrontaliere e sostenere la tokenizzazione di strumenti finanziari. In pratica, però, servono regole chiare, riserve solide, emittenti affidabili e una rete bancaria disposta a investire davvero.
L’iniziativa di alcune banche europee, tra cui grandi operatori come ING, UniCredit e BNP Paribas, va letta proprio in questa direzione. Il progetto di una stablecoin euro-pegged da lanciare nella seconda metà del 2026 segnala che il sistema bancario non vuole lasciare il terreno alle sole società crypto. La vera sfida sarà però trasformare il progetto in uno strumento competitivo. Non basta creare una moneta digitale formalmente agganciata all’euro. Bisogna renderla liquida, accettata, integrata nei circuiti di pagamento e compatibile con le esigenze di imprese, investitori e piattaforme.
Il tema si intreccia anche con il digital euro, il progetto di euro digitale della Banca Centrale Europea. Le due strade non sono identiche. Una stablecoin privata emessa da banche o consorzi bancari ha logiche di mercato, mentre una valuta digitale di banca centrale risponde a finalità pubbliche e sistemiche. Tuttavia, entrambe indicano la stessa urgenza: portare l’euro dentro la nuova infrastruttura finanziaria digitale. La moneta, nell’era della blockchain, non è più soltanto unità di conto o mezzo di pagamento. Diventa codice, rete, accesso, programmabilità.
Per l’Europa il passaggio è politico prima ancora che tecnologico. Restare indietro sulle stablecoin significherebbe accettare che la nuova finanza digitale parli soprattutto la lingua del dollaro. Entrare seriamente nel settore, invece, vorrebbe dire difendere la centralità dell’euro, costruire sovranità nei pagamenti e preparare un mercato finanziario più integrato. La partita è appena iniziata, ma il segnale è netto: la blockchain non è più solo il territorio delle startup crypto. È diventata un campo strategico in cui banche, governi e regolatori si contendono il futuro del denaro.