Le stablecoin ancorate al dollaro stanno diventando uno dei punti più delicati della nuova finanza digitale globale. Secondo gli avvertimenti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca dei Regolamenti Internazionali, la loro diffusione nei mercati emergenti rischia di produrre effetti profondi sulla stabilità monetaria, sulla capacità delle banche centrali di governare l’economia e persino sulla sovranità finanziaria degli Stati più fragili. Il problema non riguarda soltanto la crescita del settore crypto, ma il modo in cui milioni di cittadini e imprese, soprattutto nei Paesi con valute deboli o instabili, stanno cercando rifugio in strumenti digitali denominati in dollari.
Le stablecoin nascono per offrire un valore stabile rispetto a una valuta di riferimento, quasi sempre il dollaro statunitense. In teoria, servono a facilitare pagamenti, scambi e trasferimenti rapidi. In pratica, però, nei Paesi dove l’inflazione è elevata, le monete locali sono instabili e il sistema bancario è percepito come poco sicuro, esse diventano una forma immediata di protezione patrimoniale. Il cittadino non compra soltanto un token digitale. Compra esposizione al dollaro, accesso a una moneta più forte e possibilità di muovere denaro fuori dai canali tradizionali.
È proprio questo meccanismo a preoccupare le istituzioni internazionali. La vicedirettrice generale del FMI, Gita Gopinath, e altri funzionari hanno segnalato che le stablecoin potrebbero accelerare la fuga dei depositi dalle banche locali, riducendo la capacità delle autorità monetarie di controllare l’offerta di moneta, il credito e l’inflazione. Se famiglie e imprese spostano i propri risparmi verso token in dollari, le banche nazionali perdono liquidità, i governi perdono strumenti di intervento e le banche centrali vedono indebolita la propria capacità di stabilizzare il sistema.
Il fenomeno ha dimensioni potenzialmente enormi. Secondo una previsione di Standard Chartered, i risparmi detenuti in stablecoin nei mercati emergenti potrebbero passare da 173 miliardi di dollari a 1.220 miliardi di dollari entro il 2028. Una crescita di questa portata implicherebbe deflussi superiori a mille miliardi dai sistemi bancari locali. I Paesi più esposti sarebbero economie come Egitto, Pakistan, Colombia, Bangladesh e Sri Lanka, ma anche mercati più grandi come Turchia, India, Cina, Brasile, Sudafrica e Kenya risultano vulnerabili.
Il dato più significativo è che circa il 66% dell’offerta globale di stablecoin, pari a circa 290 miliardi di dollari, sarebbe già detenuto nei mercati emergenti. Questo mostra che la stablecoin non è più soltanto uno strumento usato dai trader crypto, ma una vera alternativa monetaria nei Paesi dove la valuta nazionale non riesce a proteggere pienamente il potere d’acquisto. In molti casi, questi strumenti vengono utilizzati per difendersi dalla svalutazione, ricevere pagamenti dall’estero, trasferire fondi rapidamente o aggirare restrizioni bancarie e controlli sui capitali.
La BRI ha riconosciuto che le stablecoin offrono accesso semplice al dollaro nelle economie vulnerabili, ma ha anche avvertito che esse possono facilitare l’elusione normativa, aumentare i rischi di dollarizzazione digitale e compromettere l’integrità finanziaria. Una ricerca separata ha evidenziato che l’aumento dei flussi in entrata di stablecoin può contribuire al deprezzamento delle valute locali e all’ampliamento dei costi di finanziamento in dollari sui mercati valutari. In sostanza, quanto più cresce la domanda di stablecoin in dollari, tanto più la moneta locale rischia di perdere forza.
C’è poi un ulteriore profilo, quello della legalità finanziaria. Il GAFI ha indicato le stablecoin come la categoria di asset virtuali più frequentemente utilizzata per operazioni illecite, segnalando che nel 2025 esse avrebbero rappresentato circa l’84% del volume delle transazioni illecite in asset virtuali. Anche il tema delle sanzioni internazionali è sempre più rilevante, perché strumenti rapidi, globali e digitali possono essere usati da soggetti ostili per aggirare blocchi finanziari e controlli geopolitici.
Per questo le banche centrali stanno cercando alternative. La risposta più discussa è quella dei depositi bancari tokenizzati, cioè forme digitali di deposito emesse da banche regolamentate, potenzialmente capaci di offrire maggiore tutela giuridica, garanzie sui depositi, pagamento di interessi e protezione in caso di insolvenza. La Banca d’Inghilterra e la Banca Centrale Europea guardano con favore a questi strumenti rispetto alle stablecoin private, perché consentirebbero di innovare i pagamenti senza trasferire il controllo monetario a soggetti non bancari o prevalentemente legati al dollaro.
Il nodo resta aperto. Le stablecoin vincono perché sono veloci, accessibili, globali e semplici da usare. I depositi tokenizzati potranno competere solo se sapranno offrire la stessa efficienza, mantenendo però un rapporto più solido con il sistema bancario e con le regole pubbliche. La partita, quindi, non è soltanto tecnologica. È monetaria, politica e geopolitica. Nei mercati emergenti, l’ombra digitale del dollaro potrebbe diventare sempre più lunga, fino a ridisegnare il rapporto tra cittadini, banche e Stati.