Negli ultimi dodici mesi si è consumato un movimento silenzioso ma significativo nei mercati finanziari globali. Cina, India e Brasile, tre delle principali economie emergenti riunite nel blocco BRICS, hanno ridotto in modo consistente le proprie esposizioni in titoli del Tesoro USA, scaricando complessivamente 144,6 miliardi di dollari entro dicembre 2025. I dati ufficiali del sistema Treasury International Capital del Dipartimento del Tesoro statunitense fotografano un cambiamento che non appare episodico, ma parte di una tendenza più ampia di ribilanciamento strategico delle riserve.
A guidare la riduzione è stata la Cina, che ha tagliato le proprie detenzioni di Treasury per 75,5 miliardi di dollari, pari a circa il 10% del totale. Si tratta dell’ultimo capitolo di una strategia di diversificazione delle riserve valutarie avviata da oltre un decennio, con Pechino impegnata a ridurre gradualmente la dipendenza dal debito pubblico statunitense. L’India ha ridotto le proprie posizioni di 36,2 miliardi di dollari, con un calo del 18% su base annua, mentre il Brasile ha alleggerito per 32,9 miliardi, circa il 16%, orientando parte delle riserve verso l’oro, considerato bene rifugio alternativo.
Il ritmo delle vendite si è intensificato nella seconda metà del 2025. Solo nel mese di ottobre, le tre nazioni hanno liquidato complessivamente 28,8 miliardi di dollari in Treasury. Questo dato, pur inserito in un contesto di flussi mensili spesso volatili, rafforza l’impressione che non si tratti di un semplice aggiustamento tecnico. Secondo gli analisti di ING, la riduzione delle esposizioni da parte dei Paesi BRICS si sta trasformando in una tendenza persistente, piuttosto che in un episodio isolato legato a esigenze temporanee di liquidità.
La decisione dell’India, in particolare, si lega anche alla gestione della propria valuta. La Reserve Bank of India avrebbe utilizzato parte della liquidazione dei Treasury per sostenere la rupia attraverso interventi sul mercato dei cambi, dimostrando come la gestione delle riserve sia sempre più funzionale alla stabilità domestica. Il Brasile, dal canto suo, ha scelto di rafforzare le riserve auree, in un contesto in cui la volatilità geopolitica e finanziaria rende l’oro uno strumento di copertura strategica.
Parallelamente, il dollaro sta attraversando una fase di indebolimento. L’indice del dollaro ha registrato nel 2025 una flessione vicina al 10%, la peggiore performance annuale dal 2017. A pesare sono stati diversi fattori, tra cui l’incertezza legata alla politica commerciale statunitense e le tensioni tariffarie. ING prevede che il cambio EUR/USD possa salire fino a 1,22 entro la fine del 2026, rispetto agli attuali livelli attorno a 1,18, in un quadro caratterizzato da attesi tagli dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve e da un rallentamento della crescita americana nella seconda parte dell’anno.
Il nodo centrale resta comprendere se ci si trovi di fronte a un cambiamento strutturale o a una semplice fluttuazione ciclica. ING sottolinea che oltre l’80% delle partecipazioni estere in asset statunitensi è detenuto da investitori privati, che al momento non mostrano segnali di fuga. La debolezza del dollaro, in questa lettura, sarebbe più connessa al ciclo economico che a un processo accelerato di de-dollarizzazione. Non emergono, almeno per ora, evidenze di un abbandono sistemico del dollaro come valuta dominante nelle riserve globali, nelle transazioni internazionali e nelle passività finanziarie.
Tuttavia, il contesto resta delicato. La stabilità del sistema finanziario internazionale continua a poggiare sull’indipendenza della Federal Reserve, considerata la pietra angolare dell’equilibrio monetario globale. Qualora la banca centrale statunitense fosse percepita come orientata a tagliare i tassi in modo eccessivamente accomodante o politicamente condizionato, il rischio di una perdita di fiducia nel biglietto verde aumenterebbe sensibilmente. In quel caso, la riduzione delle esposizioni da parte dei Paesi emergenti potrebbe trasformarsi da segnale prudenziale a indicatore di un riassetto più profondo dell’ordine monetario internazionale.
Per ora, il movimento di Cina, India e Brasile appare come un riequilibrio strategico delle riserve in un contesto di incertezza macroeconomica e di progressiva multipolarità finanziaria. Ma il messaggio è chiaro: il ruolo dei Treasury come asset rifugio non è più incontestabile come in passato, e il dollaro, pur restando centrale, deve fare i conti con un mondo che cambia.