L’idea che le criptovalute restino confinate in un altrove tecnologico, lontano dalle regole e dai rituali della finanza tradizionale, sta perdendo forza. A Piazza Affari si prepara infatti un passaggio che, pur senza cambiare la natura speculativa di molti asset digitali, cambia il modo in cui il mercato italiano può “toccarli”. L’avvio di un nuovo segmento su Euronext Milan dedicato a certificates con sottostante cripto segna un punto pratico molto chiaro: l’esposizione alle valute digitali può essere confezionata dentro strumenti già noti, con regole di ammissione, informativa e distribuzione che parlano il linguaggio della finanza regolamentata. Non è l’ingresso delle cripto “pure” nel listino, ma è l’ingresso di prodotti che ne replicano l’andamento dentro un perimetro più riconoscibile per intermediari e investitori.
Il dettaglio che conta è la forma. I certificati sono strumenti derivati che replicano la performance di un’attività sottostante, che può essere un’azione, un indice, una valuta o una materia prima. Applicare questa logica alle cripto significa offrire un accesso “sintetico” al movimento dei prezzi, senza imporre necessariamente la detenzione diretta dell’asset digitale. Questo punto, per il mercato italiano, è tutto fuorché secondario: molte delle criticità più discusse negli ultimi anni, dalla custodia alla gestione dei wallet, dalla sicurezza operativa alla frammentazione delle sedi di negoziazione, si riducono quando l’investitore entra nel settore tramite un prodotto finanziario tradizionale gestito e distribuito da soggetti vigilati. Non scompare il rischio, ma cambia la sua amministrazione.
La scelta di riservare il segmento a investitori istituzionali e professionali non è un vezzo elitario, ma una conseguenza coerente dell’impianto europeo. Il quadro MiFID impone presidi molto puntuali in materia di adeguatezza e appropriatezza, e ciò consente agli intermediari di inquadrare questi strumenti dentro processi già rodati, integrandoli in portafoglio in funzione del profilo di rischio e degli obiettivi d’investimento. In altre parole, l’accesso non viene “liberalizzato”, viene qualificato. È un modo di far avanzare il mercato senza far finta che la volatilità cripto sia diventata, per magia, un rischio ordinario come quello di un’azione difensiva o di un’obbligazione investment grade.
Sul piano industriale, questo passaggio potrebbe avere un effetto immediato: portare sul mercato domestico prodotti che spesso circolano già all’estero, dotati di prospetti e con una storia di negoziazione su piattaforme europee. L’arrivo in Italia, quindi, non nasce nel vuoto, ma come riallineamento. Se l’infrastruttura locale consente l’ammissione di strumenti emessi da operatori internazionali già attivi sugli asset digitali, l’offerta può ampliarsi rapidamente, perché non si parte da zero, si “importa” un modello. E quando un mercato riesce a creare un canale ordinato per strumenti che altrimenti resterebbero confinati in circuiti esteri, ottiene due risultati: aumenta la tracciabilità dell’operatività e riduce il bisogno dell’investitore di inseguire soluzioni fuori perimetro, spesso più opache o meno tutelanti.
La dimensione regolatoria resta però la vera regia dell’operazione. CONSOB ha più volte richiamato l’esigenza di un quadro chiaro che protegga il risparmio e riduca gli spazi grigi, e la posizione del suo presidente Paolo Savona si inserisce in una linea coerente: la finanza non può limitarsi a inseguire l’innovazione, deve governarla. È qui che l’arrivo di certificates con sottostante cripto può essere letto come un compromesso intelligente, perché consente esposizione senza dover spostare il baricentro dell’ordinamento verso forme di possesso diretto che, soprattutto per investitori non sofisticati, vengono considerate più delicate sul piano dei controlli, delle frodi e della gestione operativa.
In questa prospettiva si colloca anche il commento di Andrea Conso dello studio Annunziata & Conso, quando osserva che la scelta dei professionali è coerente con la fisiologia del mercato e con le caratteristiche di rischio insite in questi strumenti. Il concetto chiave è che la presenza di un intermediario vigilato non “rende sicure” le cripto, ma rende più governabili i profili di rischio dell’investimento e, soprattutto, quelli legati a custodia e liquidità del mercato. È una differenza sottile ma decisiva: la finanza regolamentata non elimina l’incertezza dei prezzi, però può ridurre l’incertezza delle regole e delle responsabilità.
C’è poi un ulteriore effetto, spesso sottovalutato: la creazione di un mercato domestico può rafforzare la tutela, anche in termini di protezione giudiziale, perché avvicina giurisdizione, documentazione e soggetti responsabili. Quando l’investitore opera tramite strutture collocate in giurisdizioni lontane o extraeuropee, la tutela teorica rischia di diventare pratica difficile. Se invece lo strumento è ammesso e distribuito all’interno di un quadro europeo, le autorità possono esercitare con maggiore efficacia i loro poteri e l’investitore può contare su un ambiente più leggibile. È un punto che non fa rumore come il prezzo di Bitcoin, ma pesa moltissimo quando le cose vanno male.
Il passaggio italiano, inoltre, apre un confronto interessante con MiCAR. La regolazione speciale delle cripto nasce per disciplinare emittenti, servizi e mercati delle cripto-attività in senso stretto. Ma quando l’esposizione alle cripto viene incanalata tramite fondi, certificati o altri prodotti finanziari tradizionali, una parte rilevante dell’operatività rientra già nel perimetro del diritto dei mercati finanziari, che dispone di un impianto di tutele consolidato. In questo senso, lo sviluppo di prodotti “tradizionali” con sottostante cripto potrebbe, col tempo, ridimensionare la centralità pratica delle regole speciali per l’investitore finale, senza sminuirne la funzione per l’ecosistema degli emittenti cripto. Non è una sostituzione, è una redistribuzione dei confini: MiCAR resta cruciale per il mondo cripto nativo, mentre MiFID e le regole dei mercati finanziari governano ciò che assomiglia, per struttura e distribuzione, a un prodotto finanziario classico.
Resta una domanda di fondo, che il mercato dovrà affrontare con realismo: questo ingresso “per derivazione” rende le cripto più mature o le rende soltanto più accessibili? Probabilmente entrambe le cose, ma con un equilibrio delicato. Più accesso significa più domanda potenziale, ma anche più responsabilità nella distribuzione, più attenzione alla trasparenza dei costi, alla replica del sottostante, ai rischi di disallineamento, alle condizioni di mercato in cui la liquidità può evaporare. Il successo dell’iniziativa non si misurerà solo dal numero di strumenti quotati, ma dalla capacità di integrare l’innovazione in un contesto in cui la tutela del risparmio non è uno slogan, è un obbligo strutturale.
Se si guarda il quadro con freddezza, non è una “rivoluzione copernicana”, perché il mercato europeo vede da tempo strumenti che offrono esposizione alle cripto in forma ETP o assimilabile. È però un passaggio simbolico e operativo per l’Italia: significa ammettere che la domanda esiste, che l’innovazione non può essere tenuta fuori con la sola diffidenza, e che l’unico modo serio per governarla è portarla dentro un recinto di regole, responsabilità e controlli. Le criptovalute, così, non diventano improvvisamente “normali”. Diventano, più semplicemente, trattabili.