BlackRock ha deciso di parlare chiaro sulla tokenizzazione, e lo ha fatto con la forza di chi conosce meglio di chiunque altro le dinamiche profonde dei mercati globali. Larry Fink, CEO del colosso, insieme al COO Rob Goldstein, ha paragonato l’attuale fase della tokenizzazione agli albori di Internet commerciale, un momento in cui tutto stava per cambiare senza che il pubblico se ne rendesse davvero conto. Il punto di partenza è semplice: negli ultimi venti mesi, la tokenizzazione degli asset reali è cresciuta del 300%, un ritmo che supera qualsiasi previsione e che per BlackRock dimostra come non si tratti più di una tendenza di nicchia, né tantomeno di un entusiasmo passeggero legato alle criptovalute. Per i due dirigenti, la tokenizzazione rappresenta l’evoluzione più naturale e necessaria delle infrastrutture finanziarie globali, un passaggio che permetterà di trasformare registri, contabilità e regolamenti con la stessa radicalità con cui la rete ha rivoluzionato l’informazione, il commercio e la comunicazione negli anni ’90.
Fink ricorda con lucidità il funzionamento dei mercati negli anni ’70, quando le transazioni venivano gestite al telefono, annotate a mano e chiuse tramite corrieri che consegnavano certificati cartacei. Un mondo lento, inefficiente, vulnerabile agli errori e incapace di sostenere la velocità della finanza moderna. L’introduzione dello standard SWIFT nel 1977 ha trasformato quel panorama, riducendo tempi di regolamento e margini di errore, ma ha lasciato intatta una struttura basata su molteplici intermediari e su processi frammentati. La blockchain, secondo Fink e Goldstein, è il passo successivo di questa lunga corsa verso la modernizzazione. Non un’alternativa ai mercati, bensì il loro aggiornamento strutturale. Un registro condiviso, verificabile in modo indipendente dai partecipanti, che permette la gestione della proprietà e delle transazioni senza dover dipendere da un unico soggetto centrale.
In questa visione, la tokenizzazione diventa un upgrade dell’intero sistema finanziario. BlackRock insiste su un concetto fondamentale: quasi ogni tipo di asset può vivere su un registro digitale programmabile. Azioni, obbligazioni, valute, immobili, qualunque cosa possa essere rappresentata da un diritto di proprietà può essere convertita in un token e custodita in un unico archivio digitale globale. L’impatto sarebbe enorme. Le finestre di regolamento si comprimerebbero, i costi amministrativi verrebbero tagliati, gli errori operativi si ridurrebbero drasticamente e gli investitori potrebbero accedere a categorie di asset oggi troppo complesse o troppo costose da gestire. BlackRock descrive un futuro in cui la digitalizzazione non crea nuovi strumenti speculativi, ma rende più liquidi, più trasparenti e più inclusivi gli strumenti già esistenti. La frase scelta dai due dirigenti è emblematica: “Un’obbligazione è pur sempre un’obbligazione, anche se vive su una blockchain.”
La tokenizzazione, dunque, non sostituisce i mercati tradizionali, ma li connette, li semplifica e li rende interoperabili. La liquidazione più rapida riduce il rischio di controparte, mentre la possibilità di suddividere gli asset in unità digitali frazionarie consente a chiunque di accedere a beni che prima erano riservati ai grandi patrimoni. Un immobile, un’opera d’arte, una quota di un fondo privato possono essere tokenizzati e frazionati in modo che l’investitore finale acquisti esattamente la porzione che desidera, con costi marginali quasi nulli e trasferimenti immediati.
Fink e Goldstein osservano che l’adozione più rapida si sta verificando nei mercati emergenti, dove l’accesso bancario è limitato e la tecnologia rappresenta un’occasione per saltare interi cicli di sviluppo. Ma allo stesso tempo sottolineano che molte delle aziende meglio posizionate per guidare la transizione si trovano negli Stati Uniti, dove l’ecosistema fintech e le infrastrutture tradizionali stanno convergendo verso un modello ibrido. A loro avviso, il momento attuale è paragonabile al 1996: Amazon aveva appena iniziato, Google non esisteva, e nessuno poteva immaginare che Internet sarebbe diventato il sistema operativo del mondo. Oggi, la tokenizzazione si trova nella stessa fase embrionale: piccola nei numeri, ma destinata a diventare la spina dorsale dei mercati.
BlackRock non si limita a commentare la tendenza, ma la sta già guidando. Il fondo monetario tokenizzato BUIDL, basato su infrastruttura blockchain pubblica, ha superato i 2 miliardi di dollari di valore, rendendolo uno dei casi d’uso più solidi e credibili della tokenizzazione. Parallelamente, la società ha rafforzato la propria presenza nel settore degli asset digitali con gli ETF spot su Bitcoin ed Ethereum, che complessivamente hanno attratto oltre 75 miliardi di dollari di afflussi netti. Per Fink e Goldstein, questi strumenti non rappresentano un allontanamento dal modello BlackRock, ma un ampliamento dell’offerta destinato a convergere con la tokenizzazione stessa. L’idea che gli investitori finiranno per acquistare, vendere e detenere qualsiasi tipo di asset attraverso un unico portafoglio digitale è, nella loro visione, più che una possibilità: è un esito probabile.
Un punto cruciale dell’analisi riguarda il ruolo della regolamentazione. La tokenizzazione può modernizzare i mercati, ma solo se le norme evolvono. BlackRock chiede tutele più chiare, standard più rigorosi per il rischio di controparte, sistemi di identità digitale avanzati e un aggiornamento delle regole esistenti, senza creare categorie nuove che rallenterebbero l’adozione. Gli asset tokenizzati nel mondo sono ancora una frazione minima rispetto alle dimensioni complessive dei mercati finanziari globali, ma il ritmo di crescita – triplicato in meno di due anni – indica che la diffusione sta accelerando.
L’ostacolo principale non è tecnologico: è culturale, normativo e operativo. Le istituzioni devono decidere quanto velocemente vogliono facilitare questa transizione. Gli investitori devono acquisire familiarità con i portafogli digitali. Le aziende devono ripensare i propri processi interni, oggi spesso costruiti su fogli Excel, documenti manuali e catene di responsabilità frammentate. Per BlackRock, la tokenizzazione è la naturale risposta a questo mondo ancora troppo lento rispetto alle esigenze della finanza globale.
L’immagine finale lasciata da Fink e Goldstein è potente. Il prossimo decennio assomiglierà ai primi anni del boom di Internet: una fase caotica, veloce, piena di esperimenti, errori, successi improvvisi e trasformazioni radicali. Le aziende che già oggi comprendono il valore dei registri digitali programmabili si troveranno nella stessa posizione di quei pionieri del web che, nel 1996, vedevano in Internet qualcosa di più di un canale alternativo. Allo stesso modo, chi oggi osserva la tokenizzazione come un fenomeno marginale rischia di trovarsi impreparato quando diventerà parte integrante dell’intero sistema finanziario.