La spinta francese verso una stablecoin in euro riapre una questione decisiva per il futuro della finanza digitale europea: chi controllerà la moneta tokenizzata nei prossimi anni. Il tema non riguarda soltanto le criptovalute, ma la sovranità monetaria, i pagamenti internazionali e il peso dell’Europa in un mercato dominato quasi interamente dal dollaro. Le dichiarazioni del governatore della Bank of England, Andrew Bailey, e quelle del primo vicedirettore generale della Banque de France, Denis Beau, mostrano che il confronto sugli stablecoin sta diventando una partita geopolitica oltre che finanziaria.
Bailey ha avvertito che i regolatori globali potrebbero trovarsi davanti a un vero braccio di ferro con gli Stati Uniti sulla disciplina degli stablecoin, soprattutto se questi strumenti dovessero diventare parte stabile del sistema dei pagamenti internazionali. Il punto centrale è semplice: una moneta digitale privata può funzionare su scala globale solo se esistono regole comuni su riserve, rimborsi, trasparenza, gestione delle crisi e tutela degli utenti. Senza standard condivisi, una crisi di fiducia su una stablecoin potrebbe trasformarsi rapidamente in un problema sistemico.
La preoccupazione della Bank of England riguarda soprattutto gli stablecoin ancorati al dollaro che, in caso di tensione, potrebbero non essere riscattabili direttamente in contanti senza passare da exchange o intermediari crypto. In una fase di panico, i detentori potrebbero cercare giurisdizioni con regole più severe e obblighi di rimborso più solidi, esportando instabilità verso mercati che hanno costruito presidi più rigorosi. È il rischio classico della corsa agli sportelli, trasferito però dentro l’infrastruttura digitale dei pagamenti.
La questione è resa ancora più delicata dal fatto che gli Stati Uniti stanno spingendo per una regolazione favorevole agli stablecoin. Il GENIUS Act mira a costruire un quadro normativo statunitense per gli emittenti, rafforzando l’idea che le stablecoin in dollari possano diventare una nuova infrastruttura globale di pagamento. Per Washington, questo può significare estendere la centralità del dollaro anche nell’economia tokenizzata. Per l’Europa, invece, il rischio è subire una forma di dollarizzazione digitale, nella quale pagamenti, liquidità e riserve si spostano progressivamente verso strumenti denominati in valuta americana.
È in questo contesto che la Francia sta assumendo una posizione più attiva. Denis Beau ha chiesto una mobilitazione immediata di settore pubblico e privato per sviluppare una moneta tokenizzata in euro, sostenendo che l’Europa non può attendere troppo mentre gli stablecoin in dollari rappresentano circa il 98% del mercato globale. La sua proposta punta a una soluzione paneuropea, costruita con istituti finanziari regolamentati, capace di offrire un’alternativa privata ma vigilata agli strumenti dominati dal dollaro.
Questa linea francese si distingue dall’approccio più prudente della Banca Centrale Europea. Christine Lagarde ha espresso scetticismo verso gli stablecoin in euro, temendo che possano creare instabilità finanziaria, interferire con la trasmissione della politica monetaria e aumentare i rischi per il sistema bancario. La BCE continua a privilegiare l’ipotesi di un euro digitale emesso dallo Stato, con tempi più lunghi e maggiore controllo pubblico.
La differenza di impostazione è significativa. Da un lato c’è chi teme che gli stablecoin privati possano indebolire il ruolo delle banche centrali. Dall’altro c’è chi ritiene che l’Europa, aspettando solo una soluzione pubblica, rischi di arrivare tardi. Nel frattempo, il mercato potrebbe già essersi abituato a usare stablecoin in dollari per pagamenti, trading, regolamento di transazioni e finanza decentralizzata. Una volta consolidata l’infrastruttura, recuperare spazio sarebbe molto più difficile.
Anche il Regno Unito si muove con cautela. La Bank of England ha proposto regole severe per gli stablecoin sistemici denominati in sterline, tra cui limiti temporanei di detenzione e l’obbligo per gli emittenti di mantenere una parte significativa delle riserve presso la banca centrale. Le proposte prevedono almeno il 40% delle riserve come depositi infruttiferi presso la BoE e fino al 60% in titoli di Stato britannici a breve termine.
La sfida europea, dunque, non è soltanto tecnologica. È politica, monetaria e regolamentare. Uno stablecoin in euro potrebbe rafforzare l’autonomia finanziaria dell’Unione, sostenere la tokenizzazione degli asset reali, modernizzare i pagamenti e offrire alle imprese europee un’infrastruttura digitale meno dipendente dal dollaro. Ma per riuscirci servono regole chiare, interoperabilità, fiducia degli utenti e una collaborazione reale tra banche, autorità e operatori tecnologici.
Nei prossimi mesi il confronto diventerà sempre più intenso. Gli Stati Uniti vogliono guidare la nuova finanza tokenizzata attraverso il dollaro. L’Europa deve decidere se limitarsi a controllare il fenomeno o costruire una propria alternativa. La Francia ha scelto di accelerare. La BCE invita alla prudenza. In mezzo c’è il futuro della moneta digitale europea, che rischia di nascere già in ritardo se il mercato globale continuerà a parlare quasi esclusivamente la lingua del dollaro.