La Banca Centrale Europea ha scelto di mandare un messaggio molto chiaro ai mercati. La tokenizzazione non è più vista come una curiosità tecnologica o come un esperimento periferico confinato al mondo crypto, ma come una possibile infrastruttura della futura finanza europea. Tuttavia, questo riconoscimento non equivale a un via libera incondizionato. Al contrario, la BCE ha deciso di dedicare un intero bollettino ai mercati dei capitali tokenizzati proprio per fissare i paletti entro cui questa trasformazione potrà svilupparsi. Il senso della posizione dell’istituto è netto. L’innovazione può procedere, ma solo se resta inserita in una cornice di stabilità monetaria, coordinamento infrastrutturale e certezza giuridica.
Il punto di partenza è la crescita del mercato. Gli asset tokenizzati hanno registrato un’espansione molto rapida, passando in poco più di due anni da dimensioni ancora embrionali a una capitalizzazione che comincia a rendere il fenomeno visibile anche agli occhi delle autorità monetarie. Eppure, per la BCE, questa crescita rappresenta ancora una porzione minima rispetto ai mercati dei capitali tradizionali. Proprio per questo il momento viene considerato decisivo. Intervenire ora significa modellare l’ecosistema prima che assuma una scala tale da rendere più difficile correggerne gli squilibri. In sostanza, Francoforte vuole evitare che la finanza tokenizzata si sviluppi in modo frammentato, disordinato o troppo dipendente da soluzioni private non coordinate.
Le condizioni poste sono tre e hanno un valore strutturale. La prima riguarda il regolamento in moneta di banca centrale. Per la BCE non basta che gli scambi avvengano su registri distribuiti o su piattaforme tecnologicamente avanzate. Il cuore del sistema deve restare ancorato alla forma di moneta considerata più sicura, liquida e affidabile. Questo significa che la trasformazione digitale dei mercati non può poggiare soltanto su stablecoin private o su soluzioni ibride lasciate al solo mercato. Serve, secondo l’Eurosistema, un ancoraggio pubblico che consenta la convertibilità alla pari e preservi la fiducia nell’intero meccanismo di regolamento.
La seconda condizione è l’interoperabilità. Qui la BCE mette in guardia contro uno dei rischi più sottovalutati della corsa alla tokenizzazione. Se ogni piattaforma DLT cresce come un ambiente separato, incapace di dialogare con gli altri, il risultato non è un mercato più efficiente ma un mosaico di sistemi chiusi, con liquidità dispersa, costi più elevati e maggiore complessità operativa. La promessa di una finanza più rapida e integrata rischierebbe così di rovesciarsi nel suo opposto. Il messaggio è semplice. La tecnologia, da sola, non genera integrazione. Senza standard comuni e collegamenti effettivi tra le infrastrutture, produce nuove frammentazioni.
La terza condizione riguarda il quadro normativo. Anche qui la BCE si muove con realismo. La blockchain può migliorare alcuni processi, accelerare il regolamento e rendere più efficienti certe operazioni, ma non può sostituire il diritto. Non può uniformare da sé il diritto societario dei 27 Stati membri, né risolvere automaticamente le divergenze sui valori mobiliari, sulle procedure di insolvenza o sulla qualificazione giuridica degli strumenti emessi. In altri termini, la tecnologia non elimina il problema della regolazione. Lo rende, semmai, più urgente.
Per tradurre questi principi in strumenti concreti, la BCE ha indicato una traiettoria operativa. Nel breve periodo punta su Pontes, il ponte destinato a collegare le piattaforme DLT di mercato ai servizi TARGET dell’Eurosistema, così da permettere il regolamento on-chain in moneta di banca centrale. In prospettiva più ampia, il progetto Appia dovrebbe invece contribuire alla costruzione di un ecosistema finanziario europeo pienamente integrato. Sono iniziative che mostrano una linea coerente. La BCE non vuole inseguire il cambiamento dall’esterno, ma guidarlo dall’interno delle proprie infrastrutture.
Resta, naturalmente, il nodo dell’efficienza reale. I primi segnali sulle obbligazioni tokenizzate e sui fondi monetari tokenizzati mostrano vantaggi misurabili, ma ancora moderati. Vi sono miglioramenti nella rapidità del regolamento e nella disponibilità operativa quasi continua, ma persistono rischi di liquidità e interrogativi sulla tenuta del modello in caso di adozione su larga scala. Anche per questo la BCE mantiene una posizione prudente. La tokenizzazione viene considerata un’opportunità concreta per rafforzare l’Unione del Risparmio e degli Investimenti, ma soltanto a condizione che vigilanza, infrastrutture pubbliche e innovazione procedano insieme. In definitiva, Francoforte non sta frenando il futuro. Sta cercando di impedirne una crescita senza architettura.