Negli Stati Uniti la guerra crypto è ormai aperta e ha assunto i contorni di uno scontro sistemico tra due blocchi contrapposti: da una parte il mondo delle criptovalute, degli exchange e della finanza digitale, dall’altra il sistema delle banche tradizionali, che vede nella crescita delle stablecoin e dei servizi crypto una minaccia diretta al proprio modello di business. In questo scenario ad alta tensione, la posizione di Coinbase rischia di diventare uno spartiacque politico e regolatorio, perché secondo quanto riportato da Bloomberg l’exchange sarebbe pronto a ritirare il proprio supporto alla legge federale sul mercato crypto se verrà confermato il divieto per gli exchange di offrire rendimenti sulle stablecoin.
Il tema è tutt’altro che tecnico e marginale. Al centro della discussione c’è il modo in cui verrà disegnato il futuro della finanza digitale americana, e soprattutto chi potrà intercettare il valore generato dai capitali dei cittadini. Il punto di frizione riguarda il Genius Act, una delle proposte legislative più rilevanti in discussione, che già prevede il divieto per le stablecoin di riconoscere interessi diretti ai detentori. Una concessione significativa alle banche, che temono una concorrenza frontale su depositi, liquidità e margini.
Tuttavia, il fronte bancario non si accontenta. L’obiettivo dichiarato è estendere il divieto anche agli exchange crypto, impedendo loro di offrire qualsiasi forma di rendimento indiretto sulle stablecoin. Il ragionamento delle banche è lineare: se un exchange può agire come intermediario tra l’utente finale e strumenti che generano rendimento, allora il divieto rischia di essere aggirato. In sostanza, si vuole chiudere ogni spazio competitivo che possa consentire al mondo crypto di replicare, o migliorare, ciò che le banche fanno da sempre con i depositi dei clienti.
È su questo punto che Coinbase ha deciso di alzare il livello dello scontro. Non si tratta solo di una questione economica, ma di una questione di principio. Il mondo crypto ribatte con un argomento semplice e politicamente potente: perché le banche possono incassare interessi, coupon e rendimenti grazie ai fondi dei clienti senza riconoscerne una parte significativa a chi quei fondi li ha conferiti? È un tema antico, discusso da decenni anche in Europa e in Italia, ma che oggi torna centrale grazie alla pressione esercitata dagli intermediari digitali.
Per Coinbase, il rischio non è solo perdere una fonte di ricavi. Il vero pericolo è vedere sancito per legge un principio di asimmetria competitiva, in cui alle banche è consentito tutto ciò che agli operatori crypto viene vietato. Da qui la minaccia, tutt’altro che simbolica, di ritirare il supporto politico alla legge. Un gesto che avrebbe un peso enorme, perché Coinbase è uno dei pochi attori crypto con una credibilità istituzionale consolidata a Washington e funge spesso da catalizzatore del consenso anche per altri player del settore.
La reazione del mondo crypto non si limita a Coinbase. L’intero comparto vede in questa battaglia una linea rossa. La convergenza tra gli interessi degli utenti finali e quelli degli intermediari crypto è evidente: entrambi beneficerebbero da un sistema in cui la liquidità detenuta in stablecoin possa generare rendimenti trasparenti, anziché alimentare esclusivamente i bilanci bancari. È proprio questa convergenza a rendere la questione altamente politica, perché trasforma una disputa regolatoria in un tema di giustizia economica percepita.
Dal lato opposto, le autorità statunitensi sembrano al momento più sensibili alle argomentazioni delle banche. Il timore dichiarato è quello di assistere al ritorno del narrow banking sotto nuove forme, mascherate da innovazione tecnologica. In altre parole, si teme che le stablecoin e gli exchange possano diventare una sorta di sistema bancario parallelo, privo degli stessi vincoli prudenziali ma capace di attrarre enormi masse di capitale. Un rischio che, secondo i regolatori, giustificherebbe restrizioni preventive anche molto severe.
In questo contesto entrano in gioco altri attori chiave come Circle, emittente di USDC, che potrebbe essere direttamente colpita da un irrigidimento normativo sugli usi delle stablecoin. Anche per Circle la posta in gioco è alta: limitare l’ecosistema di servizi che ruota attorno a USDC significa ridurre l’attrattività della stablecoin stessa, con effetti potenzialmente sistemici sull’intero mercato.
Il risultato è una polarizzazione estrema. Da un lato, il sistema bancario che difende rendite e modelli consolidati; dall’altro, il mondo crypto che rivendica un trattamento equo e una reale libertà di innovazione. In mezzo, il legislatore americano, chiamato a scegliere se costruire una cornice normativa che integri davvero la blockchain nel sistema finanziario o se utilizzarla come strumento di contenimento e neutralizzazione.
Per ora, è difficile che il fronte guidato da Coinbase riesca a imporsi completamente. Le banche hanno ancora un peso politico enorme e una capacità di influenza profonda sulle autorità di vigilanza. Tuttavia, la sola minaccia di un ritiro del supporto da parte di Coinbase segnala che la tregua regolatoria è finita. La battaglia su Bitcoin, stablecoin e rendimenti è diventata una battaglia per il controllo del futuro della finanza.
Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non riguarda solo il mercato americano. Le scelte che verranno fatte a Washington avranno effetti a catena su regolamentazioni globali, sull’atteggiamento degli investitori istituzionali e sul modo in cui la finanza digitale verrà percepita nei prossimi anni. La guerra crypto non è più un confronto tra innovatori e regolatori, ma uno scontro diretto tra due modelli di potere economico.