Il giorno del crollo e la guerra tra exchange: OKX accusa Binance e il mercato chiede regole sul rischio

Il giorno del crollo e la guerra tra exchange: OKX accusa Binance e il mercato chiede regole sul rischio

Nel mondo delle criptovalute le crisi non arrivano quasi mai come una singola causa “pulita”. Arrivano come una combinazione di leva finanziaria, liquidità che si ritira, automatismi dei derivati e improvvise variazioni di percezione del rischio. Per questo la disputa esplosa tra i vertici di due colossi degli exchange, OKX e Binance, sul flash crash del 10 ottobre 2025 non è solo una polemica personale. È, soprattutto, un modo per mettere a fuoco una domanda che torna ciclicamente ogni volta che il mercato si piega in poche ore: quando un crollo cancella miliardi, la responsabilità è del “meteo” macro, dei comportamenti degli utenti e della struttura dei prodotti, oppure delle piattaforme che li promuovono e li rendono accessibili?

L’evento contestato viene descritto come una giornata storica per ampiezza, con circa 19 miliardi di dollari di posizioni liquidate in poche ore, la più grande liquidazione in singola giornata ricordata dal mercato crypto. La cifra, da sola, spiega perché lo scontro sia diventato pubblico. Un conto è una seduta negativa, un altro è un episodio che sembra far saltare la fiducia nella tenuta sistemica dell’ecosistema. Quando la leva si rompe, la sensazione per gli utenti è spesso la stessa, a prescindere dalle cause: “qualcuno” ha spinto troppo, “qualcuno” non ha gestito il rischio, “qualcuno” ha venduto un prodotto come se fosse una cosa diversa da ciò che era.

Da una parte c’è la posizione di Binance, che ha diffuso un’analisi post-mortem attribuendo il crash a un mix di shock macroeconomici, eccesso di open interest sui futures, domanda organica debole e una contrazione improvvisa della liquidità. La fotografia che viene proposta è quella di un mercato molto carico di scommesse a leva, con un equilibrio fragile, nel quale un aumento dell’incertezza fa arretrare i compratori e induce i market maker ad attivare controlli automatici di protezione. In questi scenari gli order book si svuotano proprio quando servirebbe profondità, e il prezzo scende “a gradini”, perché ogni vendita trova meno controparti. Non è una difesa banale, perché chiunque abbia visto un mercato diventare illiquido sa quanto rapidamente possano cambiare gli equilibri, anche senza un guasto tecnico.

Dall’altra parte, il fondatore di OKX, Star Xu, ha scelto una linea opposta e molto più diretta. In sintesi, la sua tesi è che non ci sia “mistero” macro da invocare, e che il 10/10 sia stato amplificato da campagne di marketing ritenute irresponsabili. Il punto critico indicato è la promozione di USDe di Ethena, un token “a rendimento”, presentato come strumento efficiente per parcheggiare capitale con ritorni elevati. Secondo Xu, l’offerta di rendimenti superiori al 12% avrebbe creato una leva nascosta attraverso meccanismi ciclici, rendendo il profilo di rischio molto diverso da quello che un utente medio associa a una stablecoin tradizionale. La critica più tagliente è proprio questa: se un prodotto appare “stabile” ma incorpora rischio di struttura, l’utente lo tratta come cash e lo usa come collaterale o come parcheggio tranquillo, finché il mercato non mostra il conto. E quando lo mostra, lo mostra tutto insieme.

Qui entra in gioco un tema che il settore conosce bene e che, ogni volta, viene riscoperto come se fosse nuovo: la differenza tra stabilità di prezzo e stabilità di rischio. Un asset può muoversi poco per settimane e tuttavia essere sostenuto da un’architettura che dipende da condizioni di mercato precise, da coperture, da funding e da scelte operative che, in stress, diventano vulnerabili. Se quel prodotto viene utilizzato come se fosse equivalente a una stablecoin “lineare”, l’effetto sistemico è potente, perché aumenta l’esposizione complessiva senza che gli utenti percepiscano l’aumento del rischio. In un mercato dove la leva è ovunque, anche “l’illusione della semplicità” diventa un acceleratore.

Binance respinge questa lettura e, pur riconoscendo due incidenti specifici in piattaforma, sostiene che non siano stati la causa del crollo generale. Viene citato un rallentamento temporaneo dei trasferimenti interni e alcune deviazioni di prezzo indice su asset collegati, ma l’argomento centrale è che la maggior parte delle liquidazioni sarebbe già avvenuta prima che tali anomalie diventassero rilevanti. È una distinzione importante, perché sposta il confronto dal “chi ha avuto un problema tecnico” al “che cosa ha innescato la prima caduta”. In un flash crash la sequenza è tutto. Se la caduta nasce dal mercato, la piattaforma può peggiorarla, ma non l’ha accesa. Se la caduta nasce da un meccanismo interno, l’impatto reputazionale cambia radicalmente.

In mezzo c’è il mercato, che raramente si schiera in modo compatto. Alcuni osservatori hanno definito eccessive le accuse verso Binance, notando che, anche quando una distorsione riguarda un indice o un asset su una specifica piattaforma, le liquidazioni a cascata tendono a propagarsi ovunque se l’intero sistema è sovraindebitato. È la logica della correlazione forzata. Quando la leva è elevata, le posizioni vengono chiuse non perché un trader “cambia idea”, ma perché un algoritmo lo costringe. E l’algoritmo non distingue tra exchange “colpevole” e exchange “innocente”. Vende dove può, al prezzo che trova. Questo è il motivo per cui, nelle ore di panico, la differenza tra “cause” e “conseguenze” diventa sottilissima.

L’altro tema, inevitabile, è quello delle compensazioni. Binance afferma di aver rimborsato gli utenti colpiti per perdite legate a problemi di piattaforma con cifre che vengono indicate nell’ordine di centinaia di milioni, con riferimenti a importi complessivi anche più ampi citati dall’ex CEO Changpeng Zhao. La compensazione, in questi casi, è una mossa a doppio taglio. Da un lato prova a ricucire fiducia e a ridurre il danno reputazionale. Dall’altro ammette implicitamente che, almeno per una parte degli utenti, l’esperienza non è stata “normale volatilità di mercato”. E questa ambiguità alimenta ulteriormente la disputa: se rimborsi, stai riconoscendo un errore; se non rimborsi, stai dicendo che è tutto rischio dell’utente.

Sul piano reputazionale, la discussione tocca un nervo scoperto: il confine tra informazione, promozione e ingegneria del rischio. Gli exchange sono ormai più che mercati, sono fabbriche di prodotti, canali di distribuzione e amplificatori di narrativa. Quando spingono un token “a rendimento” o una struttura complessa, non stanno semplicemente “ospitando” un asset, stanno influenzando il comportamento degli utenti e, indirettamente, la struttura della domanda. Il mercato crypto, rispetto alla finanza tradizionale, vive ancora una tensione irrisolta tra velocità di innovazione e maturità di tutela. E ogni flash crash mette in evidenza che la tutela non è solo una regola, è un insieme di scelte operative, disclosure comprensibili e freni sulla leva.

Infine c’è il capitolo regolatorio, evocato da Zhao quando invita a guardare alla supervisione sotto cui opera Binance e ai meccanismi di monitoraggio. Anche qui, la sostanza è semplice: in un settore che ambisce a essere infrastruttura globale, la fiducia non può poggiare solo su tecnologia e brand. Poggia su compliance, controlli, audit, governance e capacità di gestire crisi senza scaricare tutto sul singolo utente. La disputa con OKX, al netto dei toni, ruota attorno a questo: chi controlla davvero il rischio quando milioni di persone accedono a prodotti ad alta complessità con un click?

Il flash crash del 10 ottobre 2025, dunque, resta un caso scuola. Per alcuni dimostra che la combinazione di macro, leva e liquidità ridotta può generare eventi estremi anche senza un “colpevole unico”. Per altri dimostra che la promozione aggressiva di strumenti percepiti come stabili, ma strutturalmente rischiosi, può creare una bomba a orologeria che esplode appena cambia il regime di volatilità. Probabilmente, come spesso accade, entrambe le letture contengono un frammento di verità. Ciò che conta, per il settore, è non ridurre tutto a una guerra di comunicati. Perché il prossimo flash crash non chiederà il permesso. E quando arriverà, il mercato giudicherà soprattutto una cosa: chi avrà costruito un ecosistema con trasparenza, freni alla leva e una reale cultura del rischio, e chi avrà preferito correre più veloce della propria capacità di reggere l’urto.

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In un mercato in rapida evoluzione come quello delle RWA (Real World Assets) e della tokenizzazione, la strategia con cui si acquisiscono i propri asset può fare una differenza enorme nel rendimento a lungo termine. Approfondiamo una delle modalità più vantaggiose per entrare nell’ecosistema Blotix: il Buy OTC (Over-The-Counter).


Cos'è l'OTC (Over-The-Counter)?

Tradizionalmente, l’acquisto di token avviene sugli exchange (come Uniswap o Dex-Trade). Tuttavia, per chi desidera muovere capitali significativi, l’acquisto diretto sul mercato può comportare slippage (una variazione del prezzo durante l’operazione) e commissioni variabili. L’OTC, invece, è una transazione effettuata fuori dal mercato aperto, direttamente con l’emittente (Blotix).

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  • OTC = fuori dal mercato aperto 
    Acquisto diretto con l’emittente, riducendo slippage e variabilità di prezzo.
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