Il mercato globale dell’oro sta vivendo una fase insolita e paradossale. Mentre le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti, Israele e Iran spingono tradizionalmente gli investitori verso i beni rifugio, a Dubai il metallo prezioso viene venduto con sconti che arrivano fino a 30 dollari per oncia rispetto al prezzo di riferimento fissato a Londra. Questa situazione, apparentemente contraddittoria, nasce da un blocco logistico che sta paralizzando uno dei principali snodi mondiali del commercio di metalli preziosi.
L’emirato degli Emirati Arabi Uniti svolge infatti un ruolo centrale nella filiera internazionale dell’oro. Circa il 20% dei flussi globali passa attraverso Dubai, che funge da ponte tra le miniere africane, le raffinerie europee e i grandi mercati di consumo asiatici. In condizioni normali, il metallo viene trasportato in modo rapido ed efficiente grazie alla rete aerea internazionale che collega l’emirato con il resto del mondo. Tuttavia la guerra in corso ha interrotto improvvisamente questo sistema, generando una congestione senza precedenti.
Il problema è iniziato alla fine di febbraio, quando una serie di attacchi missilistici iraniani ha portato le autorità degli Emirati Arabi Uniti a limitare l’utilizzo dello spazio aereo e a sospendere numerosi voli commerciali diretti a Dubai. Questo dettaglio logistico è cruciale perché l’oro e l’argento vengono normalmente trasportati nelle stive degli aerei passeggeri. Con la cancellazione dei voli, il flusso di metalli preziosi si è fermato quasi immediatamente, lasciando tonnellate di lingotti bloccati nei caveau o nei centri di stoccaggio.
La portata del fenomeno è significativa. Dall’inizio del conflitto sono stati cancellati oltre 12.300 voli a livello globale, con compagnie come Emirates ed Etihad Airways costrette a prolungare le sospensioni delle rotte. Alcune spedizioni hanno iniziato a ripartire solo a metà settimana, ma una grande quantità di metallo prezioso resta immobilizzata, creando tensioni tra i commercianti e i clienti internazionali.
Di fronte a questa situazione, molti acquirenti internazionali hanno deciso di sospendere nuovi ordini. Il motivo principale è l’impennata dei costi di spedizione e assicurazione, aumentati drasticamente a causa dell’incertezza logistica e dei rischi geopolitici. Senza garanzie sui tempi di consegna, numerosi operatori preferiscono rimandare gli acquisti piuttosto che impegnare capitali in transazioni potenzialmente bloccate per settimane.
Per i trader che possiedono oro già immagazzinato a Dubai, però, mantenere il metallo fermo comporta costi rilevanti. Le spese di stoccaggio e di finanziamento continuano infatti ad accumularsi giorno dopo giorno. Per evitare perdite più consistenti, molti commercianti stanno scegliendo di vendere rapidamente il metallo disponibile, anche accettando prezzi inferiori al valore internazionale. È questo meccanismo che ha portato agli sconti osservati sul mercato locale rispetto al benchmark londinese.
Gli effetti del blocco logistico si stanno estendendo anche ad altri mercati asiatici. L’India, uno dei più grandi consumatori di oro al mondo, riceve una parte significativa delle proprie importazioni proprio attraverso Dubai. Per il momento il paese sembra in grado di assorbire l’interruzione grazie alle scorte accumulate nei mesi precedenti e a una domanda stagionale relativamente moderata. Tuttavia gli operatori avvertono che, se il conflitto dovesse protrarsi per diversi mesi, le difficoltà di approvvigionamento potrebbero diventare più evidenti.
Le raffinerie asiatiche stanno già percependo i primi segnali di pressione. Alcune aziende che dipendono da forniture di doré provenienti dal Medio Oriente hanno visto interrompersi le consegne, costringendole a cercare fonti alternative. Questa soluzione però comporta costi logistici molto più elevati. In diversi casi il prezzo del trasporto e delle assicurazioni per nuove spedizioni è aumentato tra il 60 e il 70 percento dall’inizio della guerra, comprimendo i margini delle imprese coinvolte nella filiera.
L’episodio si inserisce in un anno particolarmente turbolento per il mercato dell’oro. Dall’inizio del 2026 il prezzo spot del metallo ha registrato un aumento vicino al 20 percento, sostenuto dalla domanda delle banche centrali e dalle crescenti tensioni geopolitiche. Tuttavia negli ultimi giorni le quotazioni hanno mostrato segnali di pressione a causa del rafforzamento del dollaro, dimostrando quanto il mercato sia influenzato da una combinazione complessa di fattori macroeconomici e geopolitici.
La situazione ricorda per certi aspetti quanto accaduto nei primi mesi della pandemia del 2020, quando il blocco dei voli internazionali rese improvvisamente difficile trasportare oro tra i principali centri finanziari globali. Anche allora si crearono differenze di prezzo tra le diverse piazze di trading, aprendo opportunità di arbitraggio per alcune grandi banche e operatori finanziari.
Oggi il nodo principale resta l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente. Finché il traffico aereo resterà limitato e i costi logistici continueranno a crescere, il mercato dell’oro a Dubai potrebbe rimanere distorto, con prezzi locali inferiori rispetto ai benchmark internazionali. In un paradosso tipico delle fasi di crisi, uno degli asset più ricercati come bene rifugio si trova temporaneamente svalutato proprio nel cuore di uno dei suoi centri commerciali più importanti.