L’amministratore delegato di BlackRock, Larry Fink, insieme al direttore operativo Rob Goldstein, ha spiegato che la tokenizzazione ha superato perfino l’impatto storico di SWIFT nel trasformare il settore finanziario. Una dichiarazione che non nasce dall’entusiasmo del momento, ma dall’osservazione diretta di come i mercati globali stiano cambiando sotto la spinta dei registri digitali programmabili, capaci di modernizzare infrastrutture che da decenni risultano lente, costose e spesso opache. Per i due dirigenti, la tokenizzazione non è una moda tecnologica, ma un salto di qualità paragonabile all’introduzione della messaggistica elettronica in banca negli anni ’70. E come ogni rivoluzione, richiede strumenti di protezione avanzati per garantire che gli investitori operino in un ambiente sicuro, trasparente e affidabile.
BlackRock insiste su un punto preciso: la tokenizzazione può accelerare il funzionamento del sistema finanziario solo se è progettata su solide misure di sicurezza. Servono regole chiare per tutelare gli acquirenti, standard rigorosi per il rischio di controparte e sistemi di identità digitale in grado di resistere agli shock operativi che possono verificarsi quando miliardi di dollari di asset vengono scambiati in tempo reale. Fink e Goldstein ricordano che la velocità da sola non basta a costruire fiducia. In un mondo in cui le transazioni vengono effettuate in pochi millisecondi, il rischio si muove altrettanto velocemente, e solo un’infrastruttura robusta può evitare effetti domino tra piattaforme e intermediari.
Per comprendere la portata di ciò che sta accadendo, i due dirigenti richiamano l’evoluzione delle negoziazioni dal 1976, anno in cui Fink iniziò la propria carriera. All’epoca le operazioni venivano gestite telefonicamente, annotate su carta e concluse tramite corrieri che consegnavano certificati fisici. Un sistema lento e vulnerabile agli errori. L’introduzione di SWIFT nel 1977 ha rappresentato una svolta storica, standardizzando la messaggistica interbancaria e riducendo i tempi di regolamento da giorni a minuti. Ma oggi quella stessa infrastruttura, considerata rivoluzionaria solo pochi decenni fa, appare insufficiente rispetto alle esigenze di una finanza che corre alla velocità della luce. La tokenizzazione consente infatti trasferimenti immediati su registri verificabili da tutte le parti, senza la necessità di passaggi intermedi.
Secondo The Economist, Fink e Goldstein considerano la tokenizzazione come l’ingresso della finanza nella prossima grande trasformazione strutturale. Le sue origini risalgono alla nascita di Bitcoin nel 2009, che ha introdotto la blockchain come tecnologia decentralizzata, capace di registrare proprietà e transazioni in un archivio condiviso e immutabile. Quella stessa tecnologia, nella visione di BlackRock, non ha il suo potenziale maggiore nella criptovaluta, ma nella capacità di rappresentare qualsiasi asset in modo digitale, verificabile e globalmente accessibile.
I due dirigenti osservano che, per molti anni, la tokenizzazione è rimasta incomprensibile perché intrappolata nella narrativa del boom delle criptovalute. Il mercato guardava ai token come strumenti speculativi, ignorando il fatto che la blockchain poteva registrare e trasferire in codice ciò che è sempre stato scritto su carta. Con la tokenizzazione, la proprietà di un bene – che si tratti di un titolo, un’obbligazione, un immobile o perfino un’opera d’arte – può essere rappresentata in un registro digitale verificabile, accessibile istantaneamente da qualunque continente.
Fink e Goldstein sottolineano due vantaggi decisivi. Il primo è la possibilità di regolare le transazioni all’istante, eliminando l’incertezza che oggi caratterizza i mercati, dove acquirenti e venditori attendono ore o giorni prima che un ordine risulti effettivamente completato. Il secondo è la sostituzione della carta con il codice, in modo che processi ancora basati su fogli Excel, documenti manuali e verifiche ripetitive possano essere automatizzati, riducendo costi operativi ed errori umani.
Per BlackRock, la tokenizzazione può anche allargare l’universo degli asset investibili oltre il perimetro tradizionale di azioni e obbligazioni. Un sistema basato su registri programmabili permette infatti di suddividere qualsiasi bene in unità digitali frazionabili, ampliando l’accesso anche a chi oggi non dispone delle risorse necessarie per partecipare a mercati considerati elitari o troppo illiquidi. Ma perché questa rivoluzione possa funzionare, è fondamentale affrontare gli ostacoli normativi che ancora separano la finanza tradizionale da quella tokenizzata.
Il rapporto di Fink e Goldstein evidenzia che il percorso dalla visione all’adozione è complesso. La regolamentazione rappresenta la sfida principale: non esiste ancora un quadro globale uniforme, e le norme attuali sono spesso pensate per strumenti analogici, non per asset digitali programmabili. Tuttavia, i due dirigenti ritengono che i vantaggi siano troppo rilevanti per essere ignorati. Le infrastrutture dei mercati globali – il loro “impianto idraulico”, come lo definiscono – stanno già venendo riprogettate per accogliere questa nuova architettura.
Nel frattempo, il ruolo dei regolatori diventa cruciale. Devono agire come un ponte tra finanza tradizionale e tokenizzazione, garantendo che le due realtà possano collaborare e non competere. Fink e Goldstein spiegano che non è necessario scrivere un regolamento completamente nuovo per gli asset tokenizzati. È più efficace aggiornare le norme esistenti affinché possano governare sia strumenti digitali che strumenti tradizionali in modo coerente. La regola fondamentale è chiara: i rischi devono essere valutati in base alla loro natura, non alla loro forma. “Un’obbligazione è pur sempre un’obbligazione, anche quando è basata su una blockchain.”
L’analisi dei due dirigenti trova un’eco nella riflessione di Andrew Sorkin, che ha rivisitato i fallimenti del sistema finanziario del 1929 per spiegare come le inefficienze tecnologiche possano amplificare gli shock economici. All’epoca, i titolari di borsa accumularono ritardi di ore perché non riuscivano a processare l’esplosione degli scambi. Oggi, paradossalmente, un sistema iper-digitale potrebbe soffrire dello stesso problema se la diffusione della tokenizzazione superasse le tutele normative. È uno scenario che Fink e Goldstein non escludono: l’innovazione può risolvere problemi storici, ma può crearne di nuovi se la regolazione non procede alla stessa velocità.
Il messaggio finale è netto. La finanza non sta vivendo un’evoluzione marginale, ma sta entrando pienamente nell’era della tokenizzazione. I trasferimenti istantanei sono già realtà. L’idea di un registro unico e verificabile non è più teoria. Le infrastrutture digitali stanno trasformando il modo in cui i mercati nascono, operano e si evolvono. E mentre la tecnologia accelera, la responsabilità diventa il fattore decisivo per garantire stabilità, fiducia e crescita sostenibile.