Esiste una strana frizione, oggi, attorno a Ethereum: sul grafico il prezzo di ETH sembra inchiodato, con l’area dei 3.000 dollari che diventa una soglia psicologica più che un livello tecnico, mentre sotto la superficie l’ecosistema si muove come se stesse preparando un cambio di passo. È questo il punto che alimenta la narrativa del 2026 come possibile “anno di Ethereum”: non perché basti ripeterlo per farlo accadere, ma perché alcune metriche on-chain suggeriscono un’accelerazione reale su settori che, quando prendono velocità, trascinano dietro di sé capitali, utenti, infrastrutture e, a cascata, anche il sentiment di mercato. In altre parole, la domanda non è se ETH farà +10% o -10% domani, ma se Ethereum sta consolidando il proprio ruolo come layer di settlement e come piattaforma dominante per i tre motori della finanza on-chain: stablecoin, lending e RWA.
È vero, esistono problemi che non vanno nascosti sotto il tappeto. La redditività della rete è stata messa in discussione in più fasi, e la domanda di blockspace sulla mainnet ha mostrato periodi di indebolimento, soprattutto quando una parte dell’attività si è spostata su Layer 2 più economici. Ma proprio qui si inserisce il ragionamento più interessante: Ethereum non è una “app”, è un’infrastruttura. E un’infrastruttura può attraversare fasi in cui il prezzo non rende giustizia alla traiettoria, perché il mercato guarda il breve e l’infrastruttura costruisce il medio. Se nel frattempo i segmenti chiave crescono e si concentrano su Ethereum, allora quello che sembra stagnazione può essere, in realtà, accumulo di potenza.
Il primo settore che può accendere il “boom” non è nemmeno il più glamour, ed è proprio per questo che conta: le stablecoin. Se il denaro tokenizzato è il sangue della finanza on-chain, la rete che ospita la porzione più rilevante di questo sangue diventa il cuore operativo dell’intero sistema. La tesi qui è netta: su Ethereum circola oltre metà della supply globale delle stablecoin, per un controvalore indicativo di circa 162 miliardi di dollari. Al di là del numero preciso, il concetto è che la liquidità stabile tende a concentrarsi dove trova profondità, strumenti, integrazioni e sicurezza. E la liquidità, per definizione, attira altra liquidità, perché riduce lo slippage, rende più efficienti gli scambi e permette strategie più sofisticate. Quando la capitalizzazione delle stable cresce su una chain, quella chain smette di essere solo un “luogo” e diventa un mercato.
Il secondo motore è il lending, cioè il credito on-chain. Qui la logica è quasi bancaria: dove c’è collaterale e liquidità, nasce il credito; dove nasce il credito, si crea attività; e dove si crea attività, aumentano transazioni, fee, integrazioni e prodotti derivati. Se il mercato complessivo del lending DeFi vale intorno ai 64 miliardi di dollari bloccati, e Ethereum ne concentra circa 40 miliardi, significa che la rete resta l’hub principale per prestiti, leverage e gestione del collateral in forma programmabile. Questo non è un dettaglio tecnico: è una dichiarazione di centralità. Perché il lending è il settore che collega direttamente la finanza decentralizzata alla domanda di capitale, e il capitale è l’unica cosa che, storicamente, trasforma una tecnologia in un’infrastruttura sistemica.
Il terzo motore, forse il più “istituzionale”, è quello dei Real World Asset. La tokenizzazione di asset tradizionali non è più uno slogan, è un processo che si misura con numeri e con scelte di piattaforma. Se gli asset tokenizzati complessivi sono nell’ordine dei 23 miliardi e Ethereum ne ospita circa 14 miliardi, la conseguenza è che il mercato sta già scegliendo un luogo prevalente per rappresentare e scambiare valore “reale” in forma digitale. Qui la forza di Ethereum non è tanto la velocità, quanto la combinazione di sicurezza, decentralizzazione e standardizzazione che rende più facile costruire strutture di emissione e regolamento. È esattamente ciò che cercano gli operatori tradizionali quando si affacciano on-chain: non vogliono la chain più rapida in assoluto, vogliono la chain che minimizza il rischio reputazionale e operativo.
Questi tre pilastri spiegano perché, mentre molte infrastrutture blockchain mostrano segnali di decadimento con attività in calo e liquidità in uscita, Ethereum continui a restare il punto di riferimento della DeFi e del web3. Non è una questione di ideologia. È una questione di metriche. Se stablecoin, lending e RWA si concentrano lì, allora lì si concentra anche la probabilità che i prossimi cicli di innovazione, prodotti e flussi istituzionali passino ancora una volta per Ethereum, anche quando si parla di soluzioni multichain.
Il tema decisivo, a questo punto, è l’attività on-chain. Le metriche citate descrivono una crescita su più fronti: aumento della capitalizzazione stablecoin, crescita del TVL nel lending, aumento di transazioni e indirizzi attivi. E il dettaglio davvero rilevante è l’accelerazione recente: per mesi questi indicatori si sono mossi in un range, come se la rete stesse “respirando” senza decidere una direzione. Quando transazioni e indirizzi attivi rompono un equilibrio di lungo periodo, spesso significa che sta rientrando interesse organico, non solo capitale speculativo. È la differenza tra un rally alimentato da leva e un movimento sostenuto da uso reale.
A rafforzare questa lettura c’è un altro indicatore, più raro e più “culturale”: la retention degli indirizzi che interagiscono per la prima volta con Ethereum, che secondo i dati richiamati tornerebbe su livelli paragonabili ai massimi del 2018, l’anno dell’hype storico di ETH. Anche qui non conta tanto la nostalgia del numero, quanto il significato: se tornano nuovi indirizzi, la rete non sta solo mantenendo la base esistente, sta ampliando la platea. E un ecosistema che amplia la platea crea nuove nicchie di domanda, nuovi casi d’uso, nuove applicazioni, nuovi flussi.
In parallelo, la TradFi spinge. La finanza tradizionale sta provando a portare trading, emissione e gestione di asset “classici” nel mondo crypto, e Ethereum resta spesso l’opzione più naturale per la tokenizzazione, nonostante la competizione di altri L1 e la crescita dei Layer 2. Il motivo è quasi ovvio: quando devi mettere in gioco prodotti che saranno scrutinati da compliance, investitori e autorità, la percezione di sicurezza e affidabilità conta più della pura scalabilità. Ethereum paga ancora qualcosa sul lato costi e throughput, ma gli aggiornamenti e le novità attese puntano proprio a ridurre quel gap senza compromettere la componente che l’ha resa dominante.
Ed ecco l’ultimo segnale “bullish” in senso strutturale: il ritorno di attività sulla mainnet. Negli ultimi mesi si era parlato molto di una cannibalizzazione da parte dei L2, con la preoccupazione che una parte dei profitti e del valore catturato scivolasse fuori dalla rete principale. Ora, complice un gas sceso su livelli molto bassi, si osserva un rientro di una fetta dell’attività sulla mainnet. Questo è rilevante perché rafforza la tesi di Ethereum come settlement layer primario. E quando una chain consolida il proprio ruolo di layer di regolamento, tende a diventare “inaggirabile” per certe tipologie di valore, proprio come una piazza finanziaria che, anche se costosa, rimane centrale perché è lì che si chiude davvero la partita.
Naturalmente tutto questo non garantisce un rialzo immediato del prezzo. Le metriche fondamentali raramente si traducono in prezzo nel breve, soprattutto quando il mercato è dominato da macro, politica monetaria e rotazioni di liquidità. Ma se l’insieme di questi segnali resta coerente, il 2026 potrebbe diventare l’anno in cui il mercato smette di guardare Ethereum solo come asset speculativo e torna a prezzarlo come infrastruttura. E quando un’infrastruttura dimostra di essere indispensabile per stablecoin, credito on-chain e tokenizzazione, prima o poi la finanza, anche quella più cinica, finisce per riconoscerlo.