L’economia svizzera è tornata a respirare nell’ultimo trimestre del 2025, chiudendo l’anno con un segnale piccolo ma politicamente ed economicamente significativo. Dopo mesi in cui l’industria elvetica aveva dovuto assorbire l’urto di un improvviso irrigidimento commerciale, il PIL ha registrato una crescita dello 0,2% nel quarto trimestre, invertendo la tendenza negativa che aveva dominato la fase centrale dell’anno. Il dato, comunicato dalla SECO, arriva dopo una contrazione dello 0,5% nel terzo trimestre, la più marcata dai tempi della pandemia, e fotografa un Paese che prova a rimettere ordine tra shock esterni e tenuta interna.
Il punto di rottura è stato l’introduzione, nell’agosto 2025, di tariffe statunitensi pari al 39% sui prodotti svizzeri. Per un’economia storicamente orientata all’export, il colpo è stato immediato, soprattutto nei comparti più integrati nelle catene globali e più dipendenti dal mercato americano. In prima linea ci sono finiti chimica e farmaceutica, con un peso decisivo perché i prodotti farmaceutici valgono circa metà delle esportazioni svizzere verso gli Stati Uniti. In quel contesto l’incertezza ha agito come una tassa aggiuntiva, frenando ordini, pianificazione industriale e logistica, con effetti che si sono riflessi anche su investimenti e produzione.
La ripresa di fine anno è legata a un cambio di scenario arrivato a metà novembre, quando Svizzera e Stati Uniti hanno raggiunto un accordo quadro commerciale che ha ridotto i dazi dal 39% al 15%, con efficacia retroattiva dal 14 novembre. L’intesa, oltre ad alleggerire la pressione sulle imprese esportatrici, ha introdotto una leva geopolitica e industriale: l’impegno delle aziende svizzere a effettuare investimenti per 200 miliardi di dollari nell’economia statunitense entro il 2028. In pratica, una parte del riequilibrio passa non solo dalle tariffe ma dalla redistribuzione di capacità produttiva, ricerca, supply chain e capitali verso il mercato americano.
Nonostante ciò, il quadro resta a due velocità. La stessa SECO ha sottolineato come il “difficile contesto internazionale” abbia rallentato l’industria orientata all’export, mentre il settore dei servizi ha mostrato una crescita superiore alla media storica nel corso dell’anno, diventando l’ammortizzatore più stabile. Anche i consumi delle famiglie appaiono relativamente solidi: le vendite al dettaglio sono salite dello 0,8% nel quarto trimestre, un segnale di fiducia e di redditi ancora in grado di sostenere la domanda interna. Al contrario, le esportazioni di beni sono scese dell’1,3%, indicando che i danni alle spedizioni e ai flussi commerciali non si riassorbono con un semplice annuncio.
Le prospettive per il 2026 restano prudenti ma meno cupe. Alcuni analisti prevedono un rimbalzo delle esportazioni nel primo trimestre, perché le imprese potrebbero accelerare le spedizioni verso gli Stati Uniti per sfruttare il nuovo regime tariffario. Le stime governative parlano di crescita dell’1,1% nel 2026, rivista al rialzo rispetto alle previsioni precedenti, prima di una normalizzazione verso l’1,7% nel 2027. Ma il messaggio di fondo è chiaro: la Svizzera ha retto l’urto, però la traiettoria dipenderà dal clima internazionale, dalla domanda globale e dalla capacità di trasformare l’accordo sui dazi in stabilità duratura, senza perdere competitività proprio nei suoi settori più strategici.