A Davos 2026 la domanda non è stata “se” la blockchain avrà un ruolo nella finanza, ma “come” verrà usata per riscrivere i tubi e le valvole dei mercati. E se c’è un tema che ha funzionato da calamita per banche, infrastrutture e grandi piattaforme, quello è la tokenizzazione degli RWA (real-world assets), cioè la trasformazione di diritti economici su azioni, obbligazioni, fondi, immobili e altri strumenti tradizionali in token negoziabili e regolabili onchain. Il segnale più concreto è numerico: il valore complessivo degli RWA tokenizzati ha superato la soglia dei 21 miliardi di dollari, un livello che per molti operatori segna il passaggio dalla fase “dimostrativa” a una fase di infrastruttura in crescita.
Il punto, però, non è solo la cifra. È la qualità del pubblico che se ne occupa. Nelle sessioni ufficiali del Forum, titoli come “Is Tokenization the Future?” hanno messo allo stesso tavolo dirigenti del settore crypto e figure tipiche della finanza di mercato, spostando il dibattito su un terreno operativo: settlement, rischio, governance, responsabilità, e soprattutto interoperabilità con le regole già esistenti. Nella cronaca del World Economic Forum, la tokenizzazione viene descritta come un passaggio “da pilota a deployment”, con promesse note ma finalmente discusse in termini di implementazione reale: frazionamento, regolamento più rapido, riduzione dei costi di intermediazione, e accesso a nuove platee di investitori.
Quando si parla di “RWA”, è utile togliere di mezzo l’alone esotico. Tokenizzare non significa “creare un duplicato digitale” per moda. Significa rendere un diritto trasferibile con logiche più simili al software, senza per forza cambiare la sostanza economica dell’attività sottostante. È qui che Davos sembra aver dato la risposta più netta alla domanda del momento: la tokenizzazione è centrale perché permette alla finanza tradizionale di ottenere benefici immediati senza dover reinventare tutto. In un mercato dove il vero costo spesso non è l’investimento, ma l’attrito operativo, la possibilità di ridurre tempi e complessità diventa una leva competitiva enorme.
È anche il motivo per cui i grandi nomi citati nel dibattito – BlackRock, BNY Mellon, Euroclear – contano più delle parole. Se l’infrastruttura del post-trade e della custodia entra nel campo tokenizzato, non lo fa per entusiasmo ideologico: lo fa perché vede una traiettoria industriale. E Davos ha reso visibile proprio questo: la blockchain viene guardata come possibile strato di mercato, non come un ecosistema parallelo.
In questo scenario, le dichiarazioni dei leader crypto diventano interessanti solo quando parlano lo stesso linguaggio dell’industria. Brad Garlinghouse (Ripple) ha provato a dimostrare che “scala” e “utilità” non sono più promesse, citando la crescita dei volumi legati alle stablecoin come primo caso d’uso massivo di tokenizzazione, con transazioni salite – secondo quanto riportato nel resoconto della sessione – da circa 19 trilioni a 33 trilioni in un anno. È un dato che, più che certificare un singolo protocollo, fotografa un fatto: la tokenizzazione del denaro (o di quasi-denaro) ha già creato un’autostrada globale, e gli RWA stanno cercando di innestarsi su quella stessa logica di circolazione continua.
Dall’altra parte, Brian Armstrong (Coinbase) ha spinto una tesi che a Davos suona sempre più “mainstream”: i tokenized equities come evoluzione naturale dei mercati tradizionali. Dietro quella frase c’è un’idea precisa: se riesci a rappresentare e trasferire strumenti finanziari in forma tokenizzata, puoi immaginare mercati con finestre operative più ampie, processi di regolamento più rapidi e una diversa composabilità del rischio, senza per forza scardinare la struttura di regole che già esiste. È anche il motivo per cui, nelle discussioni internazionali, la tokenizzazione viene spesso presentata come “innovazione di struttura” più che “innovazione di prodotto”.
Naturalmente, Davos non è un tribunale della verità. È un acceleratore di narrazioni che poi devono reggere l’urto dei dettagli. E il dettaglio che distingue una tokenizzazione “seria” da una vetrina è sempre lo stesso: il collegamento tra mondo onchain e mondo giuridico-contabile offchain. Chi detiene l’asset sottostante? Come si garantisce la corrispondenza tra token e diritto? Cosa succede in caso di contenzioso? Quali regole di trasferimento, quali whitelist, quale custodia? È qui che la finanza tradizionale sente di avere un vantaggio: possiede già le infrastrutture e i presidi di compliance, e sta cercando di portare quei presidi dentro una forma più efficiente di circolazione.
Le stime sul futuro, in questo contesto, servono meno a prevedere e più a misurare la direzione. McKinsey colloca il potenziale di mercato degli asset tokenizzati attorno ai 2 trilioni di dollari entro il 2030, con uno scenario ottimistico che arriva a 4 trilioni. È una previsione prudente rispetto ad altri outlook, ma proprio per questo è utile: suggerisce che la crescita sarà trainata dai segmenti dove la tokenizzazione riduce davvero gli attriti e crea network effects. Dall’altra parte, lo scenario più aggressivo citato spesso in letteratura e reportistica è quello associato a BCG (con ADDX), che parla di una possibilità fino a 16 trilioni entro il 2030. Anche qui, non è il numero che conta, ma il messaggio: l’ordine di grandezza potenziale è tale da rendere la tokenizzazione una questione strategica per i mercati dei capitali.
Un altro indicatore pratico emerso nel racconto di questi giorni riguarda la “geografia” delle emissioni. Gran parte degli asset tokenizzati continua a concentrarsi su reti mature, con Ethereum che rimane il principale livello di regolamento per molti strumenti RWA. I dati pubblici di mercato mostrano Ethereum come network dominante per valore distribuito in diversi segmenti tokenizzati, segnale che, al netto delle guerre di narrativa, le scelte operative premiano sicurezza, standard e liquidità di base.
Quindi sì, Giò: Davos 2026 dà una risposta abbastanza chiara. La tokenizzazione è la tendenza crypto del momento non perché “fa rumore”, ma perché riduce un problema che la finanza conosce bene, l’attrito. E lo fa con un linguaggio che le istituzioni possono adottare senza trasformarsi in qualcosa d’altro. Il salto vero, adesso, è dimostrare che non si tratta solo di portare gli asset onchain, ma di renderli negoziabili, liquidi, integrati nel rischio e nelle regole. È lì che si decide se la tokenizzazione resterà una parola-ombrello o diventerà, davvero, la nuova grammatica dei mercati.