La tokenizzazione sta entrando in una fase più adulta, dove l’elemento decisivo non è più l’entusiasmo di mercato, ma la capacità di produrre utilità reale e di reggere il peso della conformità normativa. È il messaggio emerso a Consensus a Hong Kong, dove i vertici di Ondo Finance e Securitize hanno messo a fuoco il punto che oggi separa la narrativa dalla trasformazione: non basta portare un asset “on-chain”, bisogna renderlo spendibile, integrabile, accettabile e controllabile in un ecosistema che vive di scambi, liquidità e regole.
Negli ultimi anni la tokenizzazione di real world assets ha attirato attenzione istituzionale perché promette qualcosa di molto concreto: regolamento più rapido, maggiore trasparenza, e la possibilità di incorporare nel codice vincoli e permessi, la cosiddetta compliance programmabile. Ma, nella pratica, i colli di bottiglia stanno altrove. Il primo è la distribuzione on-chain. Un titolo tokenizzato vale davvero quando può circolare in modo ordinato, su sedi di negoziazione e infrastrutture compatibili, senza trasformarsi in un oggetto “isolato” che pochi possono comprare e nessuno riesce a utilizzare. Il secondo è l’allineamento tra mondo regolamentato e mondo DeFi, cioè la capacità di far dialogare requisiti di KYC, limiti di trasferibilità, whitelist, restrizioni territoriali e obblighi di rendicontazione con piattaforme nate per essere permissionless. È qui che la tokenizzazione smette di essere un esercizio tecnico e diventa un problema industriale.
Il caso più istruttivo è quello dei Treasury tokenizzati. Securitize lavora su asset reali con partner di primo piano e, nel mercato, il fondo BlackRock BUIDL è diventato un riferimento per dimensioni e visibilità. Tuttavia, l’esistenza di un grande prodotto non risolve automaticamente il tema dell’uso quotidiano. Se il Treasury tokenizzato resta un “parcheggio” efficiente ma non si integra in flussi più ampi, la crescita si ferma a metà. La domanda vera è: che cosa ci puoi fare oltre a detenerlo.
Qui entra in gioco la prospettiva di Ondo, focalizzata sulla capital efficiency. L’idea è semplice e potente: i token che rappresentano strumenti tradizionali, come titoli di Stato, azioni o ETF, non devono essere soltanto asset da conservare, ma strumenti da impiegare come collaterale. Quando un asset tokenizzato può diventare garanzia per operazioni su protocolli DeFi, ad esempio per la gestione del margine su prodotti derivati e perpetuals, si crea un salto di qualità. Il token smette di essere una replica digitale e diventa un mattone funzionale di un sistema finanziario più modulare. In quel momento l’utilità non è uno slogan, ma un aumento misurabile di efficienza: lo stesso capitale sostiene più funzioni, con tempi di regolamento potenzialmente più rapidi e con logiche di automazione del rischio.
Resta però un passaggio obbligato: la compliance non può essere un accessorio. Se la tokenizzazione punta a una scala globale, deve rispettare regole diverse per giurisdizione, gestire chi può detenere cosa, e soprattutto ridurre l’attrito operativo tra emittenti regolamentati, exchange e protocolli DeFi. Questo richiede standard, interfacce e prassi condivise, perché il vero rischio non è l’innovazione, ma l’incompatibilità tra mondi che parlano linguaggi diversi. In questa prospettiva, anche la narrazione cambia: non si tratta di “portare Wall Street in blockchain”, ma di costruire canali in cui finanza tradizionale e finanza on-chain possano cooperare senza perdere certezza giuridica, protezioni e tracciabilità.
La fase successiva della tokenizzazione, quindi, si giocherà su un criterio molto concreto: quanti problemi reali risolve e quanto bene riesce a farlo. Se i tokenizzati diventano strumenti utilizzabili come garanzia, mezzo di regolamento, componente di portafoglio e leva di efficienza, allora la crescita non dipenderà più dall’hype, ma dalla funzionalità. E quando la funzionalità incontra la conformità, la tokenizzazione smette di essere una promessa e diventa infrastruttura.