Dal primo gennaio 2026 lo yuan digitale (e-CNY) cambierà natura e ambizione. Con il nuovo regolamento della People’s Bank of China le banche commerciali potranno riconoscere interessi sui depositi in e-CNY, trasformando la valuta digitale da semplice contante elettronico a vera moneta di deposito. È una svolta tecnica, ma soprattutto strategica. Pechino compie un passo decisivo nel progetto di internazionalizzazione della propria divisa, con l’obiettivo di rafforzare il commercio e gli investimenti transfrontalieri, ridurre la dipendenza dal dollaro e aumentare l’autonomia finanziaria in un contesto geopolitico sempre più competitivo.
Finora l’e-CNY era stato pensato per i pagamenti: rapido, tracciabile, senza rendimento. Il nuovo assetto introduce elementi tipici dei depositi bancari. I portafogli digitali verificati matureranno interessi, in linea con le regole vigenti per i depositi tradizionali, e saranno coperti dal sistema di assicurazione dei depositi cinese. Le banche avranno maggiore flessibilità nella gestione dei saldi in e-CNY, integrandoli nelle operazioni di attivo e passivo. Il risultato è una moneta digitale che entra a pieno titolo nella trasmissione della politica monetaria, ampliando il perimetro di intervento della banca centrale.
Questa scelta non è improvvisa. Il progetto dello yuan digitale è attivo da oltre un decennio e ha accelerato negli ultimi anni. La cornice politica è esplicita: nelle Raccomandazioni del Comitato centrale del Partito comunista cinese per il 15° Piano quinquennale si legge la necessità di rafforzare il potere della Cina nella finanza, sviluppando in modo continuo l’e-CNY. L’obiettivo è costruire un’alternativa credibile al sistema dominato dal biglietto verde, favorendo scambi in yuan e riducendo l’esposizione a sanzioni unilaterali e dazi.
La dimensione geopolitica è centrale. In un mondo segnato da frizioni commerciali e da un ritorno della leva tariffaria, l’e-CNY offre alla Cina uno strumento per aggirare i circuiti di pagamento tradizionali fortemente influenzati dagli Stati Uniti. Paesi sottoposti a sanzioni occidentali, come Russia e Iran, potrebbero trovare nello yuan digitale un canale operativo per transazioni fuori dal perimetro dei sistemi basati sul dollaro. È un tassello del processo di de-dollarizzazione che accompagna la transizione verso un ordine multipolare.
Un ruolo chiave è svolto da Shanghai, dove a settembre 2025 è stato inaugurato il centro operativo internazionale per lo yuan digitale. La struttura coordina tre piattaforme decisive: pagamenti digitali transfrontalieri, servizi blockchain e asset digitali. L’infrastruttura è pensata per scalare oltre i confini nazionali e per dialogare con controparti estere, riducendo tempi e costi di regolamento. Secondo il Global Times, i programmi pilota hanno già prodotto risultati significativi.
I numeri confermano l’avanzamento. A fine novembre, il valore cumulativo delle transazioni domestiche in e-CNY ha raggiunto 16,7 trilioni di yuan, su un’economia cinese da circa 19 trilioni di dollari. Sul fronte cross-border, il mBridge – piattaforma multi-CBDC sviluppata con l’Autorità Monetaria di Hong Kong e altre banche centrali – ha registrato 4.047 transazioni per 387,2 miliardi di yuan. Secondo la PBOC, lo yuan digitale rappresenta circa il 95,3% degli importi complessivi delle transazioni in varie valute sulla piattaforma. È un dato che segnala massa critica e trazione operativa.
La strategia cinese si distingue nettamente da quella statunitense. Mentre il presidente Donald Trump ha vietato la creazione di una CBDC federale, puntando su stablecoin private disciplinate dal GENIUS Act, Pechino investe su una valuta digitale pubblica, integrata nel sistema bancario e nelle leve della politica monetaria. La differenza riflette modelli ideologici opposti: decentramento privato negli Stati Uniti, centralità pubblica in Cina. Due vie diverse per competere nella finanza del futuro.
L’e-CNY, nella visione di Pechino, non è solo un mezzo di pagamento. È uno strumento per standardizzare tecnologie e processi. La Cina mira a creare uno standard di riferimento nelle tecnologie digitali emergenti, capace di attrarre altri Paesi e di consolidare un ecosistema interoperabile. Questa ambizione coinvolge l’area dei BRICS, dove la ricerca di alternative al dollaro è un tema condiviso, ma con la Cina in posizione di traino tecnologico.
L’impatto potenziale sui flussi globali è rilevante. Se l’e-CNY diventa una moneta di deposito remunerata, protetta e facilmente utilizzabile oltre confine, aumenta l’incentivo per imprese e investitori a detenere liquidità in yuan. Questo favorisce investimenti diretti denominati in valuta cinese, riduce i costi di copertura valutaria e rafforza l’ecosistema finanziario domestico. Nel tempo, potrebbe emergere una domanda strutturale di yuan digitale come strumento di regolamento e riserva operativa.
Resta il tema della fiducia. L’adozione globale dipenderà da trasparenza, governance e interoperabilità. La Cina punta sull’efficienza e sulla scala; i partner valuteranno l’equilibrio tra benefici operativi e considerazioni politiche. Tuttavia, il passaggio del 2026 segna un cambio di passo difficilmente reversibile. L’e-CNY entra nella catena del valore bancaria, amplia le opzioni per il commercio internazionale e mette pressione su un sistema che per decenni ha avuto un centro unico.
In un contesto di riassetto degli equilibri globali, la mossa di Pechino accelera la transizione verso un sistema multipolare, in cui più poli monetari e finanziari convivono e competono. Il dominio unipolare anglo-centrico viene sfidato non solo con accordi commerciali o infrastrutture fisiche, ma con infrastrutture monetarie digitali. Lo yuan digitale è il veicolo di questa ambizione. La sua evoluzione da contante elettronico a moneta di deposito segna l’inizio di una fase nuova, in cui sovranità, tecnologia e finanza convergono per ridisegnare le regole del gioco.