Nel 2025 il crimine crypto ha cambiato scala e, soprattutto, regia. Secondo un’analisi di Chainalysis, i furti complessivi di criptovalute hanno raggiunto circa 3,4 miliardi di dollari, ma la parte più impressionante è la concentrazione: la Corea del Nord sarebbe responsabile di oltre 2 miliardi, cioè quasi il 60% del totale globale, con un balzo di circa +51% rispetto all’anno precedente. È un dato che non racconta solo una stagione di hack riusciti, ma un modello industriale: capacità tecniche, catene di riciclaggio, obiettivi selezionati e, soprattutto, un obiettivo politico-economico chiaro, aggirare le sanzioni internazionali e finanziare priorità di Stato.
Il caso-simbolo è l’attacco a Bybit del febbraio 2025, che l’FBI ha attribuito a operatori nordcoreani, descrivendo l’azione come “TraderTraitor”. La stima ufficiale parla di circa 1,5 miliardi di dollari in asset virtuali sottratti, il che rende l’episodio uno dei più grandi furti digitali mai registrati nel settore. Per capirne il peso basta una proporzione semplice: un singolo colpo ha rappresentato quasi metà dell’intero ammontare rubato nel 2025, diventando la fotografia di quanto le operazioni possano essere “chirurgiche” e devastanti quando colpiscono infrastrutture centrali.
Il punto, però, non è solo quanto è stato rubato, ma cosa significa per un Paese isolato come la DPRK. Diverse ricostruzioni giornalistiche, richiamando stime delle Nazioni Unite, sostengono che i proventi da furti crypto possano oggi rappresentare fino al 13% del PIL nordcoreano. Se l’ordine di grandezza è corretto, siamo davanti a qualcosa che va oltre il “finanziamento occulto”: è una voce economica quasi strutturale, ottenuta non con export o investimenti, ma con una filiera di cybercrime organizzata, replicabile e scalabile. In altri termini, il furto diventa bilancio.
Chainalysis, nel descrivere il 2025, mette in evidenza un altro elemento che spiega la crescita: non aumentano solo gli attacchi, aumenta la qualità dei bersagli e delle tecniche. Il quadro che emerge è quello di gruppi capaci di muoversi tra social engineering, compromissioni di sistemi, sfruttamento di procedure interne e successivo “lavaggio” dei fondi attraverso strumenti e passaggi pensati per spezzare la tracciabilità. È qui che la narrativa “crypto uguale anonimato” mostra il suo limite: le blockchain sono tracciabili, ma gli avversari imparano a usare ponti, servizi, conversioni e frammentazioni per diluire le evidenze, trasformando ogni recupero in una corsa contro il tempo.
Il rischio sistemico, a questo punto, riguarda due livelli. Il primo è industriale: exchange, protocolli e custodi devono alzare gli standard perché l’impatto reputazionale di un singolo evento può propagarsi all’intero mercato, comprimendo fiducia, liquidità e investimenti. Il secondo è geopolitico: quando un attore statale monetizza il furto su scala miliardaria, la sicurezza crypto smette di essere un tema per addetti ai lavori e diventa una partita di sicurezza nazionale e di compliance globale, con implicazioni per banche, società di analisi, autorità e alleanze internazionali.
In sintesi, il 2025 non racconta soltanto “più furti”. Racconta una trasformazione: la criminalità informatica come strumento di politica economica, capace di spostare miliardi e di ridisegnare i confini tra finanza, tecnologia e conflitto. E finché questo modello resterà profittevole, la domanda vera non sarà se accadrà ancora, ma dove e con quale intensità.