Se fino a poco tempo fa le stablecoin venivano percepite come uno strumento “da crypto”, utile soprattutto per muovere fondi tra exchange o per parcheggiare valore durante la volatilità, oggi la fotografia che emerge da un nuovo report globale racconta un cambio di passo. Secondo lo Stablecoin Utility Report pubblicato da BVNK, le stablecoin stanno scivolando fuori dalla nicchia e assumono sempre più la forma di denaro quotidiano, usato per incassare, pagare, comprare e gestire flussi internazionali con una logica molto concreta. Il punto non è l’ideologia, ma l’operatività. Quando il denaro deve muoversi in fretta, con costi prevedibili e senza frizioni, la tecnologia diventa appetibile anche a chi non ha alcun interesse per la narrativa “crypto”.
Lo studio, condotto con interviste online da YouGov, ha coinvolto oltre 4.600 persone in 15 Paesi, tutte già esposte al mondo delle criptovalute o intenzionate a entrarci entro un anno. Il campione non rappresenta “il cittadino medio”, ma proprio quella fascia che spesso anticipa le abitudini di massa. Ed è qui che la dinamica è interessante. Il dato che colpisce di più è che il 39% dichiara di ricevere già un reddito in stablecoin, includendo stipendi, compensi da freelance, pagamenti tra familiari e amici e lavoro transfrontaliero. Per chi rientra in questa categoria, le stablecoin arrivano a pesare in media per il 35% dei guadagni annui. È un livello che non si spiega con la semplice curiosità, ma con un uso ripetuto, stabile, integrato nelle routine.
Per capire perché, bisogna tornare alla funzione. Le stablecoin sono criptovalute ancorate 1:1 a una valuta tradizionale, in genere il dollaro USA, e sono progettate per limitare la volatilità. In termini pratici, promettono qualcosa di molto “noioso”, e proprio per questo potente: trasferimenti rapidi, costi spesso inferiori, e una disponibilità globale che non dipende dagli orari bancari o da confini amministrativi. Nel report, tra chi riceve pagamenti in stablecoin, una larga maggioranza segnala un miglioramento della capacità di fare affari a livello internazionale, come se si fosse allargato il mercato potenziale. E c’è anche un indicatore di efficienza: il risparmio medio sulle commissioni viene stimato intorno al 40% rispetto ai canali tradizionali di rimesse. In un mondo in cui i pagamenti internazionali restano spesso lenti e costosi, non è un dettaglio.
L’altra faccia della medaglia è la spesa. Qui la narrazione cambia perché non si parla di “investire”, ma di comprare. Il 27% dei possessori di stablecoin dichiara di usarle come metodo di pagamento nelle attività di tutti i giorni. Non si tratta quindi di capitale immobilizzato: mediamente tengono circa 200 dollari in stablecoin nel wallet con una logica da valuta di cassa, più che da riserva. E la domanda, a quanto pare, spinge anche l’offerta commerciale: oltre la metà degli utenti crypto dice di aver acquistato qualcosa proprio perché l’esercente accettava stablecoin, percentuale che cresce ulteriormente nei mercati emergenti. Questo passaggio è cruciale, perché descrive un comportamento da consumatore. Non “comprare crypto”, ma “comprare beni” usando crypto stabili.
Una delle conclusioni più nette del report è che chi paga in stablecoin lo fa per ragioni pratiche, non per appartenenza. Le motivazioni più ricorrenti ruotano intorno a commissioni più basse, sicurezza e accesso globale. In altre parole, le stablecoin vengono scelte quando semplificano un gesto che altrimenti sarebbe più lento o più caro. Allo stesso tempo emerge un divario tra desiderio e realtà: molti vorrebbero poter usare stablecoin per spese più importanti o legate allo stile di vita, ma l’accettazione non è ancora diffusa quanto l’intenzione. È il classico collo di bottiglia dei sistemi di pagamento. La tecnologia può funzionare, ma se non è integrata nei canali che le persone già usano, resta confinata.
Ed è qui che arriva il dato forse più strategico per banche e fintech. Il 77% degli intervistati aprirebbe un portafoglio stablecoin se venisse offerto dal proprio fornitore principale, bancario o fintech. Quasi tre quarti, inoltre, si dicono interessati a usare una carta di debito collegata per spendere stablecoin in modo naturale, senza dover “pensare crypto” a ogni transazione. La direzione è chiara: l’utente non chiede un mondo parallelo, chiede che le stablecoin entrino nel mondo che già esiste. In questa prospettiva, la partita non si gioca solo sui protocolli, ma sull’esperienza, sull’onboarding, sull’assistenza e sulla percezione di affidabilità.
Sul piano geografico, l’adozione quotidiana nasce dove i sistemi tradizionali hanno più attrito. In Sud America, Asia e Africa la combinazione di rimesse costose, infrastrutture meno efficienti e valute più instabili ha reso le stablecoin uno strumento di protezione e di accesso. Non sorprende che in questi mercati la quota di utenti crypto che detiene stablecoin sia molto alta, con un picco particolarmente marcato in Africa. Ma la novità del report è che la spinta non resta confinata lì. Anche nelle economie ad alto reddito, come Stati Uniti, Regno Unito ed Europa, cresce la percezione che i pagamenti tradizionali siano rimasti indietro rispetto alle aspettative: istantaneità, costi trasparenti, trasferimenti globali. In queste aree, la percentuale di utenti crypto che detiene stablecoin è più bassa rispetto ai mercati emergenti, ma gli importi medi detenuti risultano più elevati, segno di un utilizzo diverso, forse più orientato a pagamenti di valore o a gestione di liquidità.
Un ruolo importante lo gioca anche l’ecosistema che sostiene la fiducia. Coinbase ha collaborato al lavoro e, dal lato della lettura di mercato, l’idea di fondo è che la stablecoin sia vista sempre più come un “upgrade” dei pagamenti, non come un prodotto di nicchia. In parallelo, la società di ricerca Artemis descrive un’accelerazione dell’offerta di stablecoin negli ultimi anni e un cambio comportamentale già in atto tra early adopter: farsi pagare e pagare direttamente in stablecoin. Se questa traiettoria continua, il passaggio successivo è quasi obbligato: integrazione con conti, carte, wallet custodial e non custodial, e strumenti semplici per il commercio.
Resta però un punto che il report lascia sullo sfondo e che oggi diventa decisivo: la regolamentazione. Il denaro quotidiano, per diventare davvero quotidiano, deve vivere in un ambiente in cui utenti, aziende e intermediari sappiano quali regole valgono, quali tutele esistono e quali responsabilità ricadono su ciascun anello della catena. Se i quadri normativi in evoluzione riusciranno a bilanciare innovazione e protezione, le stablecoin potrebbero diventare un’infrastruttura “invisibile”, come oggi lo sono le carte o i bonifici: nessuno pensa alla tecnologia, tutti pensano al gesto. E forse è proprio questo il segnale più forte che arriva dal sondaggio: le stablecoin stanno smettendo di essere un oggetto identitario e stanno diventando un servizio. Quando accade, la trasformazione non è più una promessa, è un’abitudine che cresce.