FOURTH BURN COMPLETED $227,500,000 DESTROYED! We are proud to announce the successful execution of the fourth phase of our Deflationary Acceleration Plan. As part of the retroactive Burn protocol and the Tokenomics 2.0 strategy, we have permanently removed the scheduled supply from circulation. Market Impact: Following the first burn and the strengthening of our underlying assets, Blotix has shown exceptional performance, currently trading at $28.40. This fourth massive injection of scarcity further consolidates our path toward the next valuation tiers.
Tokens Destroyed: 8,030,356 BLOTIX Total Value: $227.5 Million (at current market rate) Status: Irreversibly sent to Zero Address (0x000000000000000000000000000000000000dEaD)
Crypto 2026 nuova tassazione al 33 per cento e fine dell’esenzione da 2.000 euro
Dal 1° gennaio il sistema fiscale italiano sulle criptovalute cambia in modo netto e immediato, introducendo una logica più severa e uniforme nel calcolo delle imposte. L’elemento che salta agli occhi è l’aumento dell’aliquota: le plusvalenze generate dalla vendita di crypto verranno tassate al 33%, superando il precedente 26% che aveva caratterizzato la disciplina fino al 2024. La trasformazione non si limita, però, a un semplice incremento numerico. La novità più rilevante riguarda l’abolizione della soglia di esenzione dei 2.000 euro, che consentiva ai piccoli investitori di operare con una certa tranquillità, sapendo che i guadagni minimi non sarebbero stati colpiti dal Fisco. Questa soglia, ormai, non esiste più, e ogni movimento in utile diventa fiscalmente rilevante.
Per comprendere fino in fondo la portata della riforma, conviene guardare a ciò che avveniva prima. Il sistema precedente prevedeva una tassazione del 26% sulle plusvalenze realizzate, ma solo quando si superava la soglia annua dei 2.000 euro. Gli scambi tra una criptovaluta e un’altra non erano considerati eventi imponibili: si pagava soltanto quando si rientrava in euro, oppure quando si acquistava un bene o un servizio utilizzando asset digitali. A complicare ulteriormente il quadro contribuivano gli exchange esteri, non obbligati a comunicare dati al Fisco italiano e responsabili di un ampio spazio di zone grigie in termini di controlli, verifiche e ricostruzione delle posizioni fiscali dei contribuenti.
Con l’arrivo del 2025 lo scenario si trasforma. Ogni plusvalenza è tassata, anche se minima. Un guadagno di pochi euro non sfugge più all’imposta e ricade nella nuova aliquota del 33%. La tassazione riguarda la maggioranza delle cripto-attività: Bitcoin, Ethereum, altcoin di qualsiasi livello, NFT, token di governance, rendimenti generati dalla DeFi, e in generale tutte le forme di valore digitale classificabili come attività finanziarie ai sensi delle nuove norme. In altre parole, la linea di confine fra investimenti marginali e portafogli articolati viene eliminata: il sistema fiscale ora ragiona in termini di monitoraggio integrale.
Esiste, invero, una categoria di asset che mantiene la precedente aliquota del 26%, ma si tratta di un perimetro estremamente ristretto. Sono i cosiddetti e-money token denominati in euro, cioè stablecoin europee emesse da soggetti autorizzati e riconosciuti come moneta elettronica secondo il quadro normativo aggiornato. Non rientrano in questa definizione i token più diffusi come USDT, USDC e DAI, che restano assoggettati al 33% perché non rispettano i criteri tecnici e giuridici dell’e-money riconosciuta.
Il terzo elemento decisivo è l’aumento della trasparenza. Le nuove norme europee impongono agli exchange la comunicazione dei dati al Fisco: transazioni, saldi, movimentazioni significative. L’epoca dell’autodichiarazione solitaria, basata su estratti spesso incompleti o su wallet difficilmente tracciabili, va verso una progressiva scomparsa. Questo non significa necessariamente un aumento immediato dei controlli, ma indica una direzione: il mercato delle criptovalute esce dalla sua zona d’ombra e viene portato dentro un perimetro fiscale più chiaro, più rigido e soprattutto più tracciabile.