C’è un modo curioso in cui i mercati riescono a raccontare una storia rassicurante mentre, sotto la superficie, stanno vivendo un’altra stagione. È l’idea centrale che emerge dall’analisi del Chief Investment Officer di Bitwise, Matt Hougan, secondo cui il settore sta attraversando un vero inverno cripto, ma “nascosto in piena vista”. Non perché manchino i segnali di debolezza, bensì perché un fattore specifico ha deformato la percezione collettiva: i flussi verso gli ETF spot su Bitcoin e l’acquisto istituzionale di asset digitali in logiche da tesoreria, capaci di tenere in piedi il prezzo di Bitcoin anche quando gran parte del resto del comparto mostrava fatica, scarso appetito al rischio e perdita di liquidità.
La parola “inverno” non va letta come un semplice calo dei prezzi, ma come un insieme di sintomi che si autoalimentano. In un mercato ribassista prolungato, le notizie positive non “attaccano” più, o lo fanno solo per poche ore. Arrivano annunci su adozione istituzionale, miglioramenti infrastrutturali, nuovi prodotti regolamentati, eppure la reazione resta debole, nervosa, spesso seguita da vendite. È una firma psicologica prima ancora che finanziaria: la fiducia non si ricostruisce con un titolo, ma con continuità di flussi, profondità di book, ritorno di domanda organica. Secondo questa lettura, la fase di raffreddamento sarebbe partita già a gennaio 2025, ma sarebbe stata camuffata dall’effetto “faro” di Bitcoin, sostenuto da acquisti concentrati e da una narrazione che associava automaticamente l’ETF a salute generale del settore. Il punto, però, è che un mercato non è un singolo asset. Se la forza è concentrata, tutto il resto può indebolirsi senza che la fotografia di copertina cambi davvero.
Il passaggio che più colpisce è l’idea di un massimo storico “fuorviante”. Bitcoin ha toccato un picco nominale oltre 126.000 dollari nell’ottobre 2025, ma quel livello, per Hougan, avrebbe riflesso soprattutto la pressione d’acquisto degli ETF, non una spinta corale del mercato crypto nel suo complesso. È un dettaglio tecnico solo in apparenza, perché cambia la lettura del ciclo. Se un massimo nasce da una domanda ampia, diffusa, “respirata” da tutto l’ecosistema, tende a produrre un effetto ricchezza che si riversa su altcoin, infrastrutture, DeFi, NFT, e in generale su progetti a più alto rischio. Se invece nasce da una domanda concentrata su un canale specifico, può coesistere con un’aria fredda altrove: finanziamenti in contrazione, volumi più sottili, operatori che riducono esposizione e orizzonte temporale.
I numeri richiamati in questi giorni aiutano a capire perché la parola “inverno” non sia un’esagerazione. Il mercato ha vissuto un nuovo shock, soprannominato dai trader “Black Sunday II”, con le perdite giornaliere più pesanti dai mesi precedenti e una dinamica tipica delle fasi di stress: liquidazioni a catena sulle posizioni a leva, volatilità che aumenta proprio mentre la liquidità si riduce, spread che si allargano e slippage più aggressivo. Bitcoin è sceso brevemente sotto 76.000 dollari il 1° febbraio, tornando su livelli che non si vedevano da prima del cambio di regime politico negli Stati Uniti a fine 2024, mentre oltre 2,2 miliardi di dollari di posizioni leverage sarebbero state liquidate sull’intero mercato. In parallelo, l’Indice di Paura e Avidità è precipitato a 15, cioè in area di paura estrema, una zona psicologica in cui l’operatore medio smette di ragionare per tesi e ragiona per sopravvivenza. Anche la capitalizzazione totale è scesa in area 2,5 trilioni dai circa 3 trilioni del picco, segnalando un ridimensionamento non episodico ma strutturale.
La parte più delicata di questa fotografia è che non riguarda solo Bitcoin. Anzi, proprio il confronto tra Bitcoin e il resto del mercato è ciò che rende credibile l’idea del “ribasso mascherato”. Se Bitcoin è sceso di circa il 40% dal suo massimo di ottobre, Ethereum avrebbe perso oltre il 50%, una divergenza che spesso racconta il grado di “fiducia di base” nel rischio. Quando la fase è costruttiva, Ethereum tende a beneficiare della crescita dell’attività on-chain e della narrativa sull’infrastruttura. Quando la fase è difensiva, la preferenza si restringe, la liquidità si rifugia nell’asset percepito come più “semplice” e più istituzionalizzato, lasciando scoperti gli altri segmenti.
Dentro questo quadro, il tema della liquidità diventa la variabile decisiva. Gli ETF su Bitcoin, dopo aver sostenuto il mercato, hanno mostrato deflussi nelle ultime settimane, con una perdita di circa 1,62 miliardi di dollari in quattro sedute consecutive fino a fine gennaio. Non è soltanto una notizia da cronaca, perché la direzione dei flussi incide sulla microstruttura. Se la domanda marginale si indebolisce, i rimbalzi diventano più fragili. E qui entra un concetto spesso ignorato dal pubblico generalista: la profondità di mercato, cioè quanta liquidità reale c’è intorno al prezzo per assorbire vendite e acquisti senza movimenti violenti. Secondo dati di mercato citati da analisti e riportati in questi giorni, la profondità di Bitcoin sarebbe diminuita di circa il 30% rispetto al picco di ottobre, un segnale che rende più probabili gli scossoni e più “costosa” l’esecuzione, specie quando l’emotività sale.
Eppure, dentro una lettura severa, Hougan inserisce un elemento di ottimismo prudente: l’idea che questa fase sia più vicina alla fine che all’inizio. Nella storia recente, gli inverni cripto più duri hanno avuto spesso una durata indicativa tra 12 e 18 mesi. Se si assume quel riferimento, e se davvero il raffreddamento è iniziato a gennaio 2025, allora la finestra temporale suggerirebbe un possibile miglioramento entro marzo 2026. Non è una previsione, è una struttura di probabilità. Serve più che altro a ricordare che i cicli non finiscono quando lo desideriamo, ma quando cambiano le condizioni che li alimentano: liquidità, aspettative, regole del gioco, e soprattutto la qualità della domanda.
Da qui la parte più interessante per chi vuole capire “che cosa potrebbe cambiare”. I potenziali catalizzatori indicati includono un quadro macroeconomico statunitense più stabile, la possibilità di avanzamenti legislativi sulla struttura del mercato crypto come il CLARITY Act, e l’ipotesi, sempre evocativa per l’immaginario finanziario, che una nazione sovrana decida di aggiungere Bitcoin alle proprie riserve. Sono tre leve diverse. La macro riguarda il costo del capitale e la disponibilità di liquidità. La legge riguarda la riduzione dell’incertezza e la possibilità di crescita per operatori regolamentati. Le riserve sovrane riguardano la narrativa di legittimazione “geopolitica” dell’asset, che potrebbe cambiare la percezione del rischio di lungo periodo.
Naturalmente, il mercato non parla con una voce sola. Alcuni osservatori restano scettici e vedono spazio per ulteriori ribassi, anche drastici, fino a livelli impensabili per chi ha vissuto solo fasi euforiche. John Blank, strategist di Zacks Investment Research, ha richiamato la possibilità di un ritorno verso 40.000 dollari nei prossimi mesi, una visione che enfatizza la vulnerabilità ciclica e la fragilità della liquidità. Altri, come Raoul Pal, puntano l’attenzione su una possibile re-immissione di liquidità collegata a dinamiche fiscali e monetarie, con l’idea che, quando la pressione si allenta, gli asset più volatili siano anche i primi a reagire.
In mezzo, resta un punto che vale più di ogni previsione. Se è vero che gli acquisti istituzionali hanno mascherato la debolezza, allora è anche vero che hanno impedito un crollo più profondo. In altre parole, la domanda istituzionale ha funzionato come “pavimento” in un anno in cui la domanda organica non era abbastanza forte. Questo non rende il mercato automaticamente sano, ma spiega perché la discesa non si sia trasformata in collasso totale. Il problema è che un pavimento non basta per costruire una casa. Per una ripresa credibile servono segnali convergenti: ritorno di volumi, riallargamento della profondità di book, riduzione dell’instabilità da leva, e soprattutto un mutamento del clima psicologico, cioè la transizione dalla paura estrema alla prudenza costruttiva.
Se davvero l’inverno cripto si sta attenuando, la fase di transizione assomiglierà più a un disgelo che a un colpo di scena. Non sarà un giorno, sarà una sequenza di settimane in cui le cattive notizie faranno meno danni e le buone notizie inizieranno a contare. È lì che il mercato smette di essere una roulette emotiva e torna a essere un ambiente di allocazione del rischio. Nel frattempo, la lezione di questa stagione resta netta: guardare solo il prezzo di Bitcoin può essere un’abitudine rassicurante, ma rischia di far perdere la mappa completa. E nei mercati, perdere la mappa significa spesso pagare più caro il viaggio.