Bitcoin è tornato a muoversi sopra la soglia degli 80.000 dollari, confermando la forza di un mercato che, pur attraversato da volatilità e segnali contrastanti, continua a mostrare una domanda significativa. Il 10 maggio la principale criptovaluta si è stabilizzata nell’area compresa tra 80.000 e 81.000 dollari, dopo una settimana intensa in cui il prezzo era prima sceso sotto il livello psicologico degli 80.000 dollari e poi lo aveva riconquistato. Il dato è rilevante perché consolida il breakout avvenuto il 4 maggio, quando Bitcoin era tornato sopra questa soglia per la prima volta dal 31 gennaio.
Il movimento, tuttavia, non può essere letto come una semplice ripartenza lineare. Il mercato resta ancora in una fase delicata, nella quale ogni rialzo deve fare i conti con prese di profitto, flussi degli ETF spot su Bitcoin, posizionamenti sui derivati e comportamento degli investitori retail. Prima della rottura del 4 maggio, Bitcoin aveva trascorso diverse settimane in una fascia laterale tra 75.000 e 79.500 dollari, una zona in cui compratori e venditori si sono confrontati senza riuscire a imporre una direzione netta. Il superamento degli 80.000 dollari è arrivato grazie a una combinazione di acquisti istituzionali e liquidazioni di posizioni short, che hanno accelerato il movimento rialzista.
All’inizio della settimana Bitcoin aveva toccato brevemente quota 82.800 dollari, salvo poi ritracciare e tornare a oscillare intorno agli 80.000 dollari tra giovedì e venerdì. Proprio in quei giorni sono arrivati i primi segnali di debolezza dagli ETF spot statunitensi, che hanno registrato due sedute consecutive di deflussi. Il 7 maggio le uscite complessive sono state pari a 277,5 milioni di dollari, con il Wise Origin Bitcoin Fund tra i principali protagonisti dei riscatti e l’iShares Bitcoin Trust subito dopo. L’8 maggio si sono aggiunti altri 145,6 milioni di dollari in deflussi, interrompendo una serie positiva di cinque giorni consecutivi di afflussi che aveva sostenuto il rally precedente.
Il punto interessante è che il prezzo di Bitcoin non è crollato nonostante questi deflussi. Questo suggerisce che il mercato non dipende più esclusivamente dall’andamento giornaliero degli ETF, pur restando fortemente influenzato da essi. Gli ETF Bitcoin hanno ormai un ruolo centrale nella formazione del prezzo, perché rappresentano il canale più semplice attraverso cui molti investitori istituzionali possono esporsi alla criptovaluta. Tuttavia, due giornate negative non bastano, da sole, a invertire una tendenza se il contesto più ampio resta sostenuto da domanda, scarsità e accumulo.
I dati di aprile confermano questa lettura. Il mese ha registrato i maggiori afflussi negli ETF del 2026, con circa 1,97 miliardi di dollari in entrata. Inoltre, alcuni strumenti continuano a mostrare solidità anche nelle giornate più difficili. Il Bitcoin Trust ETF di Morgan Stanley, lanciato l’8 aprile, non avrebbe ancora registrato un giorno di deflussi, aggiungendo capitale anche durante la fase negativa. Questo elemento indica che una parte della domanda istituzionale non sta semplicemente inseguendo il prezzo, ma sta costruendo esposizioni progressive sul medio periodo.
Accanto agli ETF, resta decisivo il comportamento delle grandi società che accumulano Bitcoin. Strategy, già nota come MicroStrategy, continua a rappresentare uno dei casi più osservati dal mercato, con oltre 815.000 BTC detenuti a metà aprile. La presenza di soggetti istituzionali con strategie di accumulo di lungo termine riduce la quantità di Bitcoin effettivamente disponibile per la vendita e rafforza la narrativa della scarsità. Quando grandi quantità di BTC vengono detenute fuori dal mercato liquido, anche una domanda moderata può produrre effetti importanti sul prezzo.
Un ulteriore segnale positivo arriva dalle metriche on-chain. Nonostante i deflussi dagli ETF, gli exchange hanno continuato a registrare prelievi netti di Bitcoin. Questo significa che molti investitori stanno spostando BTC fuori dalle piattaforme di scambio, probabilmente verso wallet di custodia o conservazione di lungo periodo. In genere, quando i Bitcoin escono dagli exchange, diminuisce l’offerta immediatamente disponibile per la vendita. È un elemento che può sostenere il prezzo, soprattutto in una fase in cui il mercato sta cercando di capire se gli 80.000 dollari siano una semplice soglia temporanea o un nuovo livello di equilibrio.
Anche l’aumento degli indirizzi attivi indica che la rete non sta vivendo solo un movimento speculativo sui derivati. Una maggiore attività on-chain può riflettere più transazioni, più utilizzo e una partecipazione più ampia. Non basta, da sola, a garantire un rialzo stabile, ma contribuisce a rafforzare l’idea di una domanda reale, distribuita su più livelli del mercato.
Ora l’attenzione si concentra sulla resistenza compresa tra 84.500 e 85.000 dollari, area vicina alla media mobile semplice a 200 giorni. Se Bitcoin riuscisse a mantenersi sopra gli 80.000 dollari su base settimanale, il mercato potrebbe tentare un nuovo attacco a quella zona tecnica. In caso contrario, il rischio sarebbe un ritorno verso il precedente range laterale. Molto dipenderà anche dal mercato dei futures, dove una quota rilevante delle posizioni era ancora orientata al ribasso al momento del breakout. Se il prezzo dovesse continuare a salire, ulteriori liquidazioni short potrebbero alimentare una nuova accelerazione.
La fase attuale mostra dunque un Bitcoin più maturo, ma non meno volatile. Gli investitori istituzionali accumulano, gli ETF alternano afflussi e deflussi, il retail resta incerto e il mercato dei derivati amplifica ogni movimento. Sopra gli 80.000 dollari, Bitcoin non ha ancora vinto la partita, ma ha dimostrato di poter assorbire pressioni di vendita importanti senza perdere struttura. La vera prova, ora, sarà trasformare il recupero in consolidamento.