Il Bitcoin potrebbe aver già toccato il punto più basso di questo ciclo e prepararsi a una nuova fase rialzista. È questa la lettura che arriva da Bernstein, che ha confermato una previsione molto ambiziosa per la fine del 2026, indicando un possibile approdo a 150.000 dollari. Una stima che, se confermata dai fatti, significherebbe più del doppio rispetto ai livelli attuali e rilancerebbe con forza il ruolo della principale criptovaluta come asset sempre più centrale nei portafogli globali.
L’aspetto più interessante non è soltanto il target di prezzo, ma la motivazione che sostiene questa visione. Secondo Bernstein, il recente calo di Bitcoin non ha avuto le caratteristiche tipiche dei grandi crolli del passato. In altre stagioni ribassiste, infatti, il mercato era stato travolto da fallimenti a catena, piattaforme insolventi, crisi di fiducia e veri shock sistemici. Questa volta, invece, la discesa è stata profonda ma non distruttiva sul piano della struttura del mercato. Il ribasso ha certamente colpito gli operatori più esposti alla leva e ha spinto molti investitori a prendere profitto, ma non ha prodotto un collasso dell’ecosistema.
Questo elemento cambia molto nell’interpretazione del ciclo. Un conto è una caduta provocata dal cedimento interno del sistema, altro conto è una correzione alimentata dal contesto macroeconomico e geopolitico. Nel caso attuale, il peso delle tensioni internazionali, con l’impennata della paura sui mercati globali, ha contribuito a una brusca fase di volatilità. Bitcoin è sceso con decisione dai massimi dell’ottobre 2025, quando aveva superato quota 126.000 dollari, fino ad avvicinarsi ai 62.500 dollari a fine febbraio. Si è trattato di una contrazione severa, vicina al 50 per cento, una delle più dure dell’era successiva all’ingresso massiccio degli investitori istituzionali. Eppure, proprio da quel livello, la moneta digitale ha trovato la forza per reagire, riportandosi intorno ai 70.000 dollari.
Per Bernstein, questa capacità di tenuta non è casuale. Uno dei pilastri della tesi rialzista è rappresentato dagli ETF spot su Bitcoin quotati negli Stati Uniti. Questi strumenti, approvati all’inizio del 2024, hanno continuato ad attrarre capitali anche in un contesto agitato. I flussi netti complessivi hanno superato i 56 miliardi di dollari, mentre nelle settimane più recenti si è registrata una nuova sequenza positiva di raccolta. Questo dato è cruciale, perché segnala che la domanda istituzionale non è evaporata durante la correzione. Al contrario, ha mostrato una continuità che in altri cicli semplicemente non esisteva.
Anche il comportamento delle aziende rafforza la tesi di un mercato più solido. Le società quotate che hanno inserito Bitcoin in bilancio detengono ormai oltre un milione di monete, pari a una quota rilevante dell’offerta totale disponibile. Il caso più noto resta quello di Strategy, che continua a rappresentare il simbolo dell’accumulazione aziendale. Questa concentrazione riduce la quantità di Bitcoin realmente in circolazione sui mercati e rende meno probabili vendite improvvise su larga scala. Inoltre, cresce il peso degli investitori di lungo periodo, cioè di quei soggetti che tendono a non liquidare le proprie posizioni nelle fasi di panico.
C’è poi un altro confronto che pesa nel dibattito: quello tra Bitcoin e oro. Nelle settimane segnate dall’inasprimento delle tensioni internazionali, la criptovaluta ha mostrato una performance migliore rispetto al metallo giallo. Questo dato viene letto come un segnale importante, perché rafforza l’idea di Bitcoin come riserva di valore digitale, portabile, globale e meno esposta ai vincoli tradizionali. Non significa che abbia già sostituito l’oro nell’immaginario degli investitori, ma suggerisce che la sua funzione sta evolvendo con maggiore rapidità di quanto molti osservatori avessero previsto.
Naturalmente, la previsione di 150.000 dollari non va letta come una certezza matematica. Il mercato delle criptovalute resta esposto a rischi elevati, a oscillazioni improvvise e a un forte impatto delle variabili esterne, dai tassi di interesse alle crisi geopolitiche. Tuttavia, il punto sottolineato da Bernstein è che il contesto attuale appare diverso rispetto ai precedenti crolli. La correzione è stata intensa, ma non ha incrinato i pilastri strutturali che oggi sostengono Bitcoin: gli ETF, l’accumulo societario, la permanenza di investitori di lungo periodo e una narrazione sempre più forte come asset alternativo globale.
In questo quadro, il minimo recente potrebbe davvero rappresentare non la fine di una corsa, ma l’inizio di una nuova fase. Se la fiducia istituzionale continuerà a consolidarsi e se i flussi resteranno positivi, Bitcoin potrebbe trasformare la resilienza mostrata nel 2026 in un trampolino verso nuovi massimi. Il messaggio, in sostanza, è semplice: dopo una correzione brutale, il mercato potrebbe aver già assorbito il peggio. E quando il peggio passa senza spezzare la struttura, spesso è proprio lì che inizia il prossimo movimento importante.